Pierfranco MoliternirnCULTURA E MUSICA DEL DISAGIO GIOVANILE

Oggi, nei primi anni del nuovo millennio, ci sembra quanto mai più credibile sostenere l’ipotesi comportamentale che coniuga Musica e universo giovanile.
E’ difficile infatti non voler condividere il dato fenomenico per cui essa, la Musica, registra e rappresenta i desideri e anche le debolezze di un mondo in trasformazione come è quello, appunto, dei giovani in quanto tali.

Ecco, innanzi tutto?dobbiamo sfatare una leggenda messa in giro dai soliti addetti ai lavori (i musicologi e/o i profeti?della musica) secondo cui le storie musicali come le storie letterarie si limitano sempre a?concentrarsi su iper-fenomeni dell’arte dei suoni : Bach Mozart Beethoven, Verdi Wagner, Debussy?Puccini Stravinskij? ma anche Guccini De Andrè Dylan, De Gregori Jacques Brel, i Beatles o gli?U2.

Per i non-addetti invece, la Musica se intesa in quel senso restrittivo, e quindi falsificante e?menzognero in quanto contemplazione di un Bello Musicale Assoluto (che non esiste), resta alla?lunga un fenomeno sconosciuto, magari compreso solamente da ‘loro’, gli ‘eletti’ che ne conoscono?la tecnica e ne individuano le scale di valori.

Ma conoscere la lingua della musica, le sue?regole, i suoi codici non è poi così importante come si vuol far credere, proprio per le caratteristiche?della Musica, espressione della comune sensibilità che si avvale del dono della immediatezza.?
Importante è invece il suo messaggio, la sua contestualizzazione.
Ad esempio, chi ne conosce le?’regole’ (armonia, contrappunto etc.) non necessariamente ne capisce l’intima sostanza. E?viceversa.

Pensiamo al degrado del cittadino metropolitano, a quei “giovani senza gioventù” i quali, come tutti possono facilmente constatare, affollano i nostri “centri senza centro”, gli angoli delle strade della nostra città, Bari.

Quegli angoli rappresentano il loro personale, privato ‘centro’ angusto quanto si vuole, ma ‘centro’ di un miniuniverso che conosce nell’automobile o nel ‘motore’ il simbolo di una condizione di emarginazione.
Tutti stanno a parlare di ?niente, magari in attesa della fatidica?mezzanotte per gustare di qui e di là, spostandosi come stormi di uccelli senza una meta e impazziti, un ‘cornetto’, un panino, una pizza fast food.

Per richiamare Marcuse-Adorno (oggi, i due sociologi più dimenticati del mondo!) lo studente-massa – che è il prodotto di una scuola che educa ai ‘miti’ metropolitani – vive la sua stanca esistenza attraverso lo specchio deformante di tutta una serie di ‘valori’ che parlano di competizione, di?successo, di danaro.
E’, essa, la medesima scuola che vive il proprio scacco imponendo quelli che all’inizio abbiamo chiamato ‘i modelli assoluti ‘: e allora va bene Leopardi, Manzoni o Verga (tutt’al più Pirandello e D’Annunzio), ma non va affatto bene, anzi la scuola ignora del tutto i Mozart i Beethoven? e persino Paolo Conte.
Parliamo insomma di quella stessa Musica di cui tuttavia, al contrario di un quadro o di un libro, il giovane d’oggi, lo studente-massa, non può fare a meno perchè l’universo giovanile metropolitano la recupera e a suo modo la metabolizza, in quanto la Musica dei giovani è dinamica, prende il loro spazio fisico e mentale, ne scandisce addirittura il tempo, il tempo della loro vita adolescenziale. In altre parole, surroga, sostituisce qualcosa che a loro manca e di cui confusamente essi avvertono la necessità.?

Ma la Musica cela purtuttavia dentro di sè, per sua stessa natura genetica oserei dire, alcune pericolose ‘sirene’ ammaliatrici. E’ il caso di definirle così? In altri termini essa finge di aiutarci a comunicare, ma poi reclama una sua specificità che si sposa col rito solipsistico dell’ascolto privato?e domestico di un CD; oppure di un ascolto vociante e massificato di un concerto come quelli di Vasco Rossi, in cui tutti insieme si sentono soli, singoli protagonisti dell’evento sonoro cui stanno assistendo.

Eppure la musica della città metropolitana, quella dei giovani senza gioventù soprattutto, a Bari come a Torino o Bologna e Palermo, quei giovani che la ‘sentono’ ma non sanno ascoltarla, li circonda e li ammalia continuamente: in casa, alla tv, alla radio, nei supermarket, alla libreria Feltrinelli?
La musica diventa tappezzeria sonora, carta da parati del suono: quanto di più in-utile, frustrante e sbagliato possa darsi. Ma poi, ancora una volta, la vera Musica reclama il senso di un atto di ‘indiazione’: chi sa ascoltare la vera musica si avvicina a Dio, diceva Schopenhauer., o, per lo meno avvalendosi della musica riesce a spiegare l’indicibile, ciò che non-si-può-dire (Hegel).

E’ presto detto: l’ascoltatore-modello di questa società schizofrenica che intende la musica come una colonna sonora privata della propria vita (pensiamo ancora una volta al mondo giovanile fatto di non-ascoltatori), chiede solo questo: sentirla come un atto acritico, senza intelligenza, senza discernimento, facendosi guidare tutt’al più dall’istinto e dall’industria culturale che con appropriati battage pubblicitari ne condiziona le scelte?e i consumi. Insomma, questo o quel cantante, questa o quella ‘band’ passano con la stessa velocità di una qualsiasi altra moda?

Il problema assai serio resta ancora quello di cercare, di costruire, di ‘fabbricare’ una musica non-consolatoria, anonima e quindi inutile. Le politiche culturali messe in campo in tal senso dalle amministrazioni pubbliche non aiutano a definire questo processo.

Pensiamo ancora una buona volta, all’alto valore simbolico rappresentato dal fu-teatro Petruzzelli: distrutto l’edificio di corso Cavour e quanto di eccellente vi si è svolto al suo interno in un decennio d’oro dello spettacolo di qualità a Bari (quand’anche spettacolo diventava spesso fenomeno di respiro culturale) tutto è drammaticamente finito. Una, due generazioni di giovani si sono trovati senza un ‘modello’ alto, un?punto di riferimento, un ‘centro’, anzi, il ‘centro dei centri’ della città. In altre parole, un luogo dove si poteva facilmente riconoscere la Musica nella sua alta essenza. Non tappezzeria, nè svago consolatorio adatta semmai a personali solitudini esistenziali.

E’ tempo allora di costruire dimensioni spirituali e materiali di nuovi e diversi spazi sonori.
Solo allora la riconquistata materialità del fare musica (e non semplicemente di ‘sentirla’ come avviene adesso, o a casa o nel chiuso di un luogo pubblico durante un concerto al TeatroTeam), rimarginerà?ferite difficili da sanare.
A ben vedere in giro, gli spazi ci sono. A Bari, in città, ma anche nella cinta periferica di desolanti luoghi-dormitorio come Enziteto o Loseto.
La (ex)Manifattura dei Tabacchi, ad esempio, ha ancora numerosissimi locali inutilizzati seppure restaurati con pubblico danaro.

Le idee e le volontà invece no, non ci sono.

I nostri assessori alla Cultura latitano del tutto in quanto a progettualità ed entusiasmo per un’avventura di tale respiro. Per tutti valga l’esempio?della professoressa Filipponio-Tatarella, docente di Filosofia del diritto all’Ateneo barese, studiosa di Leibniz e di Goethe ci dicono, ma poi incomprensibilmente assente in quasi tutte le manifestazioni cultural-musicali che ancora resistono, eroicamente, nella città. Ella è capace di essere del tutto sorda a questi problemi e invece? attentissima a gesti populistici perduti dietro le chimere delle Feste di Fine Anno. Comprese le elargizioni di danaro pubblico che tali ‘feste’ del popolo richiedono.
Panem et circences!

Altre città metropolitane invece si sono mosse per tempo.
Roma – ma anche Torino o Bologna – hanno affidato spazi comunali a cooperative di giovani musicisti o attori che vi svolgono, in convenzione?col Comune, attività specificamente indirizzate agli abitanti dei rispettivi quartieri. Giovani e meno giovani, ad esempio, frequentano da anni le oramai storiche Scuole Popolari di Musica del Testaccio (ex Macello Comunale dismesso, restaurato e riusato a fini culturali), o a Donna Olimpia.?
E con grandissimo successo. Chiunque lo desideri, senza limiti d’età e di censo, può andare lì a fare musica e teatro, a imparare a sognare di fare il musicista o l’attore, concretamente, veramente?
Solamente così, aprendo spazi e non chiudendoli, individuando nuovi ‘centri’ della cultura, la Musica tornerà a essere ‘popolare’, cioè di tutti e per tutti.

Solamente percorrendo questa non facile via (che però altri hanno già felicemente percorso) anche nella nostra città metropolitana si vivrà in?dimensioni più umane e civili.?

Dunque, la parola d’ordine resta questa:
fare e saper ascoltare la Musica.
Oppure, paradossalmente, ascoltarne il tragico silenzio.


Gennaio 2003.

Pierfranco? Moliterni – Univ. di Bari

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