Nicola Colaianni PUNTA PEROTTI? ABBATTIAMOLO!

L’abbattimento di Punta Perotti è stato l’emblema della campagna elettorale del centrosinistra. Non si può ridurlo a merce di scambio con le imprese che hanno subito la confisca. Ad un qualunque do ut des: tu mi dai la demolizione, io ti do la riqualificazione. Davvero non si può fare altrimenti se si vuol demolire al più presto? Si può, invece. Basta volerlo: assumendosi, naturalmente, le responsabilità conseguenti. Vediamo come.

Il giudizio civile in corso non è pregiudiziale al procedimento amministrativo di demolizione. Non bisogna aspettarne l’esito. Si può ugualmente procedere. Ovviamente, bisogna affrontarne le conseguenze: il giudice dell’esecuzione sostituirà il custode (attualmente è il Comune) ed informerà del fatto il pubblico ministero; le imprese impugneranno il provvedimento di demolizione dinanzi al Tar.

Ma non si vede come i giudici possano dar torto al Comune.

Invero, il reato configurabile a carico del sindaco, o di chi per lui, è previsto dall’art. 388 del codice penale: la distruzione da parte del proprietario di una cosa (l’ecomostro) sottoposta a pignoramento e affidata alla sua custodia. Ma nel caso la distruzione è un obbligo derivante da una sentenza definitiva e dalla legge n. 47/85. Non diversamente che nel caso in cui la demolizione si rendesse necessaria a tutela della pubblica incolumità. E quindi la punibilità sarebbe esclusa dall’adempimento di un dovere ai sensi dell’art. 51 del codice penale. L’azione penale, pur doverosa, sarebbe destinata all’insuccesso, se non proprio all’archiviazione. Per lo stesso motivo  non si vede come il Tar potrebbe bloccare l’esercizio del potere-dovere di demolizione, o anche solo sospenderlo: per le imprese il preteso danno non è irreparabile ma perfettamente risarcibile per equivalente monetario. Ammesso per pura ipotesi che il giudice civile ribalti il giudizio finora espresso (il bene non è pignorabile perchè giuridicamente insussistente), il Comune dovrà pagare 5.500 euro.

Ma non potrà vedersi ostacolato nell’adempimento del suo dovere di demolizione (e di riqualificazione).

Questa è la via maestra.

Può sembrare barricadiera ma è l’esatta traduzione degli annunci elettorali. Se ci si limitasse ad aspettare il giudice civile, che merito si avrebbe per la demolizione?
Non diceva, e faceva, lo stesso anche la Giunta di centrodestra?

Invece, la legge consente di andare avanti, senza guardare in faccia a nessuno: imparzialmente. Comunque, si potrebbe imboccare una via secondaria. Tanto moderata da sembrare una ritirata. Ma strategica. Occorre ritirare il bando di gara per la demolizione. Se si è deciso di aspettare la sentenza definitiva sul pignoramento, cioè svariati anni, a che serve aggiudicare i lavori per la demolizione? Solo a pagare all’impresa aggiudicataria la penale di 25.000 euro prevista dal bando di gara. Non fosse che per evitare questo spreco di denaro pubblico, bisognerebbe ritirare il bando.

Ma non solo per questo. Anche per far risultare il Comune formalmente inerte al momento, ormai prossimo, dell’entrata in vigore della legge-delega sull’ambiente. Scandalosa per il condono anche degli abusi su beni paesaggistici. Fatta espressa eccezione, tuttavia, per punta Perotti (art. 32). Di modo che se il Comune, in maniera calcolata, risultasse inerte dovrà intervenire la Regione (lo farebbe mai sotto elezioni?) e, in mancanza, lo Stato. E non ci sarebbe difesa per le imprese, salva un’eventuale eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dal Tar (che appare manifestamente infondata). La demolizione avverrebbe a cura dell’Esercito. A costo zero per il Comune. Il quale, nondimeno, avrebbe diritto a partecipare al tavolo della riqualificazione. Con il Ministero e la Regione. E senza le imprese, che non ne hanno titolo. Neppure per aggiudicarsi a transazione i lavori. Che non potranno sottrarsi alle procedure di evidenza pubblica previste dalla legge.

E se poi le imprese intentano davvero
la ventilata causa al Comune?


Si resisterà in giudizio, visto che l’Avvocatura comunale ne sostiene l’infondatezza. O si farà ? quando sarà – un’onesta transazione. Ma a parte.
E non sulla pelle, diciamo così, della confisca.

Naturalmente, questa seconda strada non sarebbe immediatamente popolare. Andrebbe spiegato all’opinione pubblica il carattere strumentale della ritirata: il fine giustifica i mezzi. Del resto pure il Vangelo consiglia ai figli della luce la scaltrezza dei figli di questo mondo.

La via diritta è la prima.

Ma, se si vuol fare di necessità virtù, anche la seconda può andare. Terze vie non ce ne sono. Anche se Michele Emiliano (il sindaco) sembra aver deciso di trascorrere i suoi giorni in estenuanti trattative con i costruttori alla ricerca di una soluzione condivisa. Che sarebbe un miracolo o, meglio, un “ciccio”: una sanzione, la confisca, trasformata in un nuovo affare cementizio e finanziario. Va bene così? Tutti d’accordo?

Novembre 2004

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