Nuovi edifici giudiziari: l’offerta della Pizzarotti non ha i requisiti

“La ricerca di mercato dimostra che l’offerta Pizzarotti non ha i requisiti” – Un parere dell’arch. Marina De Marco


Si è tanto discusso dei problemi socio-economici ed urbanistici correlati all’espulsione dell’amministrazione giudiziaria dal cuore della Città, che solo chi non vuole non vede l’inopportunità di tale scelta. E’ il caso, semmai, di soffermare l’attenzione sulla cosiddetta ricerca di mercato, pubblicata il 13 agosto 2003 che, per un’opera tanto importante e complessa, per la presentazione delle offerte concedeva soltanto sessanta giorni di tempo (in periodo ferragostano), quando già da un anno e mezzo il progetto Pizzarotti era stato già presentato all’Autorità Giudiziaria che lo aveva peraltro giudicato favorevolmente nella riunione dell’11 febbraio 2002.

La predetta ricerca indicava due caratteristiche essenziali per il suolo su cui realizzare l’intervento: che fosse ubicato in “un contesto già urbanizzato” (con sottolineatura di queste parole) e che fosse di “adeguata estensione, compatibile con la volumetria proposta”, quand’anche con destinazione d’uso non specificamente ad edilizia giudiziaria.

La Commissione di valutazione istituita dal Comune, esaminò le proposte, senza entrare nel merito delle varie situazioni, si limitò ad evidenziarne solo i requisiti. Per la proposta Pizzarotti, evidenziò che essa prevedeva “la realizzazione dell’opera in prossimità di aree già dotate di urbanizzazioni primarie”, come a dire localizzata vicino a suoli provvisti di acqua e fogna e non, come richiesto, “in un contesto già urbanizzato”, cioè in cui era già in atto un processo di trasformazione edilizia e di insediamento della popolazione. A riguardo del secondo requisito, è evidente che il suo significato è univoco e non può essere demandato alla discrezionalità del proponente, specie quando, come nel caso di specie, trattasi di una ricerca di mercato con attribuzione finale dell’appalto.


Come è fin troppo evidente, estensione del suolo “compatibile con la volumetria proposta”, in urbanistica, significa solamente che la volumetria che su di esso si intende costruire deve essere compatibile con l’indice di fabbricabilità che lo strumento urbanistico assegna alla corrispondente tipologia urbanistica dell’area; in poche parole la volumetria da costruire deve essere al massimo pari a quella rinveniente dall’applicazione del legittimo indice di fabbricabilità dell’area.
A tale proposito, la Commissione evidenziò soltanto che “l’intervento si articola su una superficie di suolo di circa mq. 300.000” senza verificarne la compatibilità con la volumetria di mc. 790.835 proposta. Trattandosi di un suolo agricolo (con indice di fabbricabilità di 0,03 mc/mq) risulta di tutta evidenza la incompatibilità della sua estensione (su cui è consentito realizzare legittimamente solo mc. 9.000) con la volumetria di circa mc. 800.000 proposta, che risulta circa cento volte maggiore. E se poi, come pare sia stato successivamente proposto, l’estensione si dovesse ridurre a mq. 80.000 (cioè oltre due terzi in meno rispetto all’originaria) la incompatibilità sarebbe di ben oltre trecento volte maggiore (!!!!), con un indice di fabbricabilità che risulterebbe pari a circa 10 mc/mq, molto al di sopra del valore fissato dalle norme per tutti gli indici di tutte le zone omogenee di piano.
Nè vale osservare che tali “irregolarità” sarebbero state sanate con una variante di piano perchè la ricerca mirava al reperimento di un’area innanzitutto compresa in un contesto “già” urbanizzato e quella proposta, allo stato, non lo è e lo potrà essere solo in futuro con una variante al piano regolatore come tanti proprietari dei suoli nelle vicinanze attendono; parimenti la sua estensione non risulta compatibile (o corrispondente) alla volumetria da realizzare in base al suo legittimo indice di fabbricabilità e lo potrà essere solo con il radicale sovvertimento della previsione di piano, quando, invece, l’amministrazione, con le condizioni indicate, come è facile intuire, al più ed eventualmente, si riservava di ricorrere ad un semplice cambio di destinazione d’uso dell’area, da cui la “tolleranza” della destinazione dell’area non specificamente ad edilizia giudiziaria.


In tali condizioni, l’offerta Pizzarotti, mancando dei presupposti essenziali indicati nella ricerca a riguardo dei requisiti del suolo, avrebbe dovuto essere scartata fin dall’inizio e non si vede perchè l’Amministrazione comunale, unica deputata alla decisione ma che evidentemente non l’ha mai esaminata alla luce di questi elementi, mostri ancora tanto interesse ad essa, in considerazione pure di una non improbabile opposizione all’eventuale delibera di aggiudicazione che procrastinerebbe di più i tempi di risoluzione del problema.

Un incontro per capire si è tenuto il 21 giugno alle ore 18,30 nella sala inferiore del Fortino S. Antonio in via Manfredi a Bari Vecchia si terrà un incontro sul tema “Giustizia a Libertà”.


La manifestazione, organizzata dalla Fondazione Cesar assieme a L’ARCA Centro d’Iniziativa democratica, Città Plurale, Comitato Marisabella, Corsivo, Inarsind, Istituto nazionale di Urbanistica, Società Italiana Urbanisti e Sviluppo sostenibile ha?ribadito le ragioni del ‘no’ al progetto di edificare la Cittadella della Giustizia in zona agricola, ma anche a indicare le ragioni del ‘sì’ a lasciarla nel quartiere Libertà.


L’articolo è stato pubblicato?su BariSera, 20 giugno 2005?

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