Nicola Signorile UN LIBERTY ANTISMOG CON PELLE DI TITANIO

Bari – Un edificio del 1921, di Angelo Miraglia, restaurato da Maurizio Wiesel con tecnologie innovative.



Gliene hanno dette di tutti colori, povero Richard Meier. Sbeffeggiato e lapidato per il suo edificio di protezione all’Ara Pacis, a Roma, inaugurato durante l’ultima campagna elettorale. Certo il clima del voto non era dei più favorevoli alle ragioni della architettura e della sua critica.
Perciò si capisce che contro Meier si sia scagliato anche chi mai si sognerebbe una diversa sistemazione per l’Altare di Pergamo a Berlino, che è analoga a quella attuale dell’Ara Pacis, dal punto di vista teorico: edificio sull’edificio, involucro spaziale di un altro spazio finito.
E a ben guardare si vedrà che molti dei detrattori d’oggi, sono gli stessi che lodavano Meier per la parrocchia »Dives in Misericordia«,?costruita per il Giubileo nella periferia romana di Tor Tre Teste.
Tema di questa chiesa di Meier sono le tre grandi vele bianche, dove il bianco è per l’architetto americano non solo un colore, ma un »valore« e perciò candidato ad una longevità che ambisce all’eterno.
Omaggio postumo al bianco assoluto del primo Le Corbusier e alla »Materialgerechtigkeit«, cioè la autenticità dei materiali invocata da Adolf Loos, le tre vele di Maier non sono rivestite di una qualche pietra chiara, ma realizzate in pietra artificiale, cioè cemento armato, per il quale sono state utilizzate – come inerte – 2.600 tonnellate di marmo di Carrara frantumato.
Ciò non bastava tuttavia a raggiungere il »superbianco« e quindi è stato utilizzato un cemento speciale, del tutto nuovo: si chiama Bianco TX Millennium ed ha la caratteristica di contenere particelle di Biossido di Titanio, una sostanza chimica dalle proprietà fotocatalitiche.
Cioè reagisce alla luce facendo decomporre e precipitare le molecole a base di Carbonio, Zolfo, Piombo e Azoto, in definitiva quel che chiamiamo smog. Pertanto le vele di Meier sono »autopulenti« e il loro biancore dovrebbe mantenersi nel tempo. All’impiego tecnologico del Biossido di Titanio, prima o poi si doveva arrivare, dal momento che nel mondo ogni anno se ne consumano 3 milioni di tonnellate per sbiancare i dentifrici.
La ricerca era iniziata negli Usa e in Giappone già alla fine degli anni Settanta, per approdare di recente alla produzione di vernici ecologiche. »Un chilometro quadrato di superficie trattata con vernice fotocatalitica – dice Ivo Allegrini, direttore dell’Istituto inquinamento atmosferico del Cnr che ha effettuato le prove – è in grado di assorbire una quantità di ossidi di Azoto pari alle emissioni prodotte da 15mila automobili«.
Questi materiali antismog hanno entusiasmato l’ingegner Maurizio Wiesel che è stato il primo – per quel che ci risulta – ad impiegarli a Bari, nel restauro di un edificio di via De Rossi 221, all’angolo con via Crisanzio. Il restauro, progettato con l’architetto Valentina Palumbo (impianti dell’ingegner Nicola Pantzartsis) si è concluso l’anno scorso. Avremmo voluto parlarne prima ma, per difendere questa rubrica (“piazza grande”, curata dall’autore dell’articolo,?ndr) dal sospetto di intenzioni pubblicitarie, ci siamo dati una regola: non commentare in modo favorevole un’opera finchè è in corso un’attività commerciale. Ora tutti gli appartamenti sono stati venduti e possiamo dire qualcosa su questo lavoro che tiene insieme assai bene le esigenze della tutela di un’architettura storica con quelle della innovazione tecnologica. Che non si limita agli intonaci bioecologici e alle vernici fotocatalitiche, con le quali la qualità dell’aria migliorerà non meno del 46%, grazie anche alla illuminazione artificiale radente.
Per gli impianti elettrici è stata impiegata la tecnologia Bus che elimina i campi elettromagnetici, per l’impianto di riscaldamento si è fatto ricorso a caldaie a condensazione (con notevole risparmio energetico), poste tutte in un vano tecnico sul terrazzo in modo da eliminare i lunghi camini. Gli infissi esterni sono termoisolanti e fonoassorbenti: l’obiettivo è di ridurre il rumore della strada di almeno 38 decibel.
Queste attenzioni tecnologiche hanno determinato anche scelte architettoniche, come la costruzione di una grande unico cavedio, ispezionabile ai piani, in cui alloggiano i percorsi principali di tutti gli impianti. In realtà Wiesel e Palumbo hanno goduto di una relativa libertà progettuale, almeno nell’interno dell’edificio. Il palazzo era stato per quindici anni destinato a bunker di un pool di banche: svuotato parzialmente, le strutture portanti erano state sostitute da pilastri e travi di cemento armato e una gabbia di acciaio irrigidiva i prospetti. Diciamo pure – con le parole di Wiesel – che l’edificio era stato »massacrato«. Eppure si tratta di un palazzo con qualche significativo pregio architettonico.
Progettato dall’architetto napoletano Angelo Miraglia e realizzato dall’impresa edile del cav. Zofrea, come si legge in una targa tuttora visibile sul prospetto, il palazzo non è una autentica testimonianza del quartiere murattiano, ma anzi la prova della sua precoce trasformazione. Fu costruito nel 1921 sulla demolizione di un precedente, più austero fabbricato ottocentesco. Eliminata la tradizionale destinazione a negozi del piano terra, l’edificio era interamente residenziale (quattro livelli), con l’introduzione del »piano ammezzato« che non era previsto nelle norme edilizie murattiane.
Lo stile è improntato ad un Eclettismo che si nutre di ingredienti floreali, piuttosto Jugendstil che Liberty per la loro asciuttezza e sobrietà. In quegli stessi anni, intorno al lavoro di Miraglia, anche Saverio Dioguardi lasciava alcune testimonianze del proprio Eclettismo: la sopraelevazione dell’Istituto Sacro Cuore in via Crisanzio, e nella stessa via, ad angolo con via Sagarriga Visconti, il palazzo (del 1913) più dichiaratamente Liberty con la inconfondibile plastica decorativa delle facciate dove tra meduse e sirene e mascheroni apotropaici si inturgidiscono le mensole dei balconi e dei cornicioni, con effetti decorativi che si ritrovano – alquanto simili – nel palazzo di Miraglia.
Il portone d’ingresso originale era andato perduto, sostituito dalle banche con acciaio e vetri blindati, ma è stato possibile ricostruirlo in legno di rovere – ci racconta Wiesel – grazie ad uno dei pochi disegni ritrovati: la severità, la misura contenuta della decorazione sono quelle di una onestà progettuale che va riconosciuta a Miraglia, architetto consapevole della dimensione urbana del suo lavoro.
Tutto quanto si poteva salvare, s’è salvato, benchè Wiesel non fosse in alcun modo obbligato alla via del restauro, mancando un vincolo di tutela ministeriale, ma anche una diversa forma di protezione del patrimonio storico e architettonico che il Comune potrebbe invece adottare, in tutta autonomia, per esempio con un Piano particolareggiato del quartiere murattiano. In attesa che il riuso e il restauro trovino cittadinanza nel nuovo regolamento edilizio comunale.



Pubblicato su
LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
mercoledì 14 giugno 2006

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