Maurizio Serofilli* No: si può riprendere la via maestra per le riforme

I risultati del referendum costituzionale sono buoni e piuttosto chiari. Nonostante un?ambigua informazione e un?azione generale di orientamento quanto meno ridotta, il No prevale pressochè ovunque. Nei prossimi giorni, si avrà modo di approfondire i vari aspetti del voto, dalla sua distribuzione geografica al ruolo effettivamente giocato dai partiti e dalla società civile, dal peso della politicizzazione a quello del radicamento della Costituzione del ?48 che nonostante tutto continua a permanere. Ma c?è un aspetto che non deve essere perduto.
Tutti ricordiamo che la campagna referendaria era iniziata ? e per un bel tratto proseguita ? con una lunga raffica di messaggi di specialisti e di numerosi esponenti politici, che avevano spostato il nostro sguardo dall?evento referendum al ?dopo?. Questo spostamento rischiava di trasformare l?appuntamento referendario da quella struttura di contrapposizione democratica che è ad una sorta di singolare prassi propositiva, dove chi più ne ha (di proposte) più ne metta.
Il pericolo non era tanto o non solo quello, segnalato, di ingenerare una certa confusione nei cittadini nel momento del voto, quanto di spogliare l?esito del referendum di quel significato politico che avrebbe invece dovuto fornire indicazioni precise e in certa misura vincolanti a quanti sarebbero stati chiamati ad operare su questa materia dopo il 25 giugno.
Nulla più di un sondaggio ?in alta uniforme? disponibile alle interpretazioni più varie, incapace di imprimere un indirizzo preciso al lavoro che avrebbe dovuto seguire il referendum.
Quello volevano darglielo altri e già in diversi, da una parte e dall?altra, avevano cominciato a farlo, prospettando liste di temi da riprendere insieme subito dopo il 25 giugno e modalità cui ricorrere.
Al contrario, il No globale, pazientemente costruito in questi anni e uscito vincitore nel suffragio popolare del 25 giugno, era ed è tessuto di una serie di no specifici.
Essi ruotano attorno a quello nevralgico contro una revisione ?organica? della Costituzione (la cosiddetta Grande riforma) che coinvolge intere parti della Carta, a favore invece di una prospettiva più realistica e umile, orientata a circoscrivere le poche cose davvero urgenti e bisognose di revisione. Questo no include quelli diretti alla concentrazione del potere politico nelle sole mani del primo ministro, alla limitazione ai poteri di indirizzo e controllo del parlamento, alla riduzione del potere di garanzia del presidente della repubblica e della Corte costituzionale e alla devolution.
L?ultimo no è rivolto ad una riforma affidata a bicamerali ? ristrettissimi stati maggiori che negli ultimi due decenni non hanno certo brillato ? o a convenzioni redigenti (e meccanismi similari a valenza costituente) che non farebbero altro che riproporci l?ennesima Grande riforma. Sì, invece, al ripristino della via maestra, indicata dalla stessa Costituzione nel suo articolo 138 (eventualmente con quorum adeguato al regime maggioritario), riportando cioè nell?ordinario lavoro parlamentare la revisione costituzionale. Il No scaturito dal referendum non è dunque alla ricerca di significati, li possiede già. Questi, e non proposte e suggestioni che non hanno connotato il cuore del No, dovrebbero ora rappresentare per tutti la bussola per orientare (e selezionare) le forme e i temi del lavoro di revisione della Costituzione.
Dopo anni di disorientamento e falsa enfasi, la Carta può oggi liberare i primi posti dell?agenda politica del nostro paese che le erano stati impropriamente assegnati, affinchè siano restituiti e riservati a ben altri e più urgenti problemi. Solo in questo modo il referendum potrà essere vinto non soltanto giuridicamente ma anche politicamente, marcando cioè finalmente una vera e profonda discontinuità con le idee, i metodi ed i comportamenti che per oltre un decennio hanno malamente ispirato i diversi tentativi di modificare la Costituzione.



*Comitati Dossetti per la Costituzione

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