Nicola Signorile L’habitat blindato delle città-panico


“Decostruire le retoriche e i luoghi comuni”:

con questa avvertenza del sociologo dell’univ. di Genova Salvatore Palidda si è aperto il seminario tenuto la settimana scorsa (ven. 1 dicembre 2006, ndr) nell’aula del Consiglio comunale di Bari sul tema »La prevenzione nelle politiche sociali«.
Nelle intenzioni delle commissioni consiliari ? ha spiegato Carlo Paolini ? c’era »la riflessione tra teoria e prassi per contribuire alla diffusione della cultura della prevenzione. Nelle città si gioca una grande partita: quella dei diritti fondamentali della persona«.

Ma in che modo possono incidere sulla prevenzione dei fenomeni di esclusione sociale e conflittualità l’urbanistica e l’architettura?
Si può andare oltre le diverse pratiche di »progettazione partecipata«, che sono pur importanti ma con tutta evidenza insufficienti, dal momento che non determinano mai le scelte urbanistiche generali. E allora in definitiva il problema si riduce ad una alternativa secca tra la densificazione della città costruita oppure l’espansione urbana. Quale di queste scelte può prevenire i conflitti sociali?

Dopo vent’anni Bari si è accorta che il suo »ventre« era fuori essa, lontana: in un posto chiamato Eniziteto. è stata la scoperta tardiva di una periferia, così come si scopre ora che esiste un problema di sicurezza della città, ma solo perchè investe le strade centrali, perchè le bande dei coatti hanno il controllo territoriale di via Sparano. Si invocano pattuglie e telecamere. E invece, dice Palidda, »bisogna farla finita con l’idea che la prevenzione si faccia con la videosorveglianza«.
Naturalmente questa consapevolezza appartiene ad »una logica ? come ha sostenuto aprendo l’incontro al Municipio il sociologo Enzo Persichella ? che non paga immediatamente in termini di consenso politico«, ma è la condizione per andare alla radice dei problemi senza rimanere »schiacciati ? dice ancora ? sulle microindividualità locali«.

Proviamo allora non farci schiacciare dal »locale«.
Richard Burdett ha scelto ? per la Biennale di architettura che si è appena chiusa a Venezia ? il tema della megalopoli, che ci riporta alla alternativa espansione-densificazione, come ricordava lo slogan nello stand di Londra: »Going up, not out«, salire, non uscire. Nelle megalopoli non ci sono emergenze nè soluzioni diverse da quelle di ogni città. Solo che lì avvengono prima e in tutta evidenza.

Nella mostra allestita all’Arsenale c’erano due casi esemplari: uno a Caracas in Venezuela, l’altro a San Paolo, in Brasile.
Sono la mancanza di sicurezza e la violenza la preoccupazione principale degli abitanti di Caracas. Prima ancora che la povertà. Nei »barrios« i rapimenti e le aggressioni sono all’ordine del giorno e per combattere la violenza, soprattutto quella degli adolescenti, si era pensato di costruire strutture sportive in tutta la città, ma la mancanza di spazio rendeva impossibile realizzare questi servizi proprio nei quartieri popolari, densi insediamenti frutto di una crescita disordinata, informale e spesso abusiva.
Con il progetto pilota »Bello Campo« gli architetti Alfredo Brillenbourg e Hubert Klumpner hanno prodotto il prototipo del Gimnasio Vertical. Ricorrendo a tecniche di edificazione con materiali prefabbricati, un campo da calcio presente nella municipalità di Chacao è stato trasformato in un complesso sportivo a più piani capace di contenere 200 persone. La palestra ? gratuita per tutti – sorge ai margini di un »barrio« e ha fatto incontrare persone provenienti dai ambienti disparati: in media, più di 180mila l’anno.
Dalla sua inaugurazione il tasso di criminalità si è ridotto del 45 per cento: il quartiere è diventato uno dei più sicuri di Chacao e il prototipo del Gimnasio Vertical viene esportato in altri quartieri di Caracas che dunque ha scelto la strada della densificazione e del riuso urbano.

Così pure a San Paolo, in Brasile, dopo aver constatato il fallimento di una precedente operazione »buonista«. Lo spaccio di stupefacenti e la prostituzione sono radicati nel quartiere di Luz che ospita alcuni degli edifici residenziali più famigerati della città, nonostante gli investimenti pubblici compiuti nell’ultimo decennio per il rimodernamento delle strutture culturali della zona: contro le previsioni, infatti, edifici come il nuovo teatro sinfonico cittadino non hanno favorito il risanamento di Luz. Ora è stato adottato un approccio più aggressivo: espropriare e demolire numerosi edifici e costruire nuove strutture concepite per coinvolgere tutti gli strati sociali.

Cosa può imparare dalle megalopoli una città come Bari, o meglio la sua »area metropolitana«? Vediamo.
Nel subcontinente latinoamericano, a San Paolo, a Bogotà o a Rio de Janeiro, scrive il filosofo francese Paul Virilio nel saggio »Città panico« (Raffaello Cortina ed., pp. 130, euro 9,80), »le gang devastano le città, quando non lo fanno altrove dei “paramilitari” o delle “forze armate” cosiddette “rivoluzionarie”? ma soprattutto “rivelazionarie” di un totale caos del vecchio “diritto di cittadinanza”, che conferma l’emergere di una cinta, di un campo trincerato e, alla fin fine, di uno Stato poliziesco dove »le forze dell’ordine« siano privatizzate come lo sono state, una dopo l’altra, le imprese pubbliche: trasporti, energia, poste e telecomunicazioni«.
Un effetto della inefficace segregazione della violenza urbana è la costruzione di »zone protette«, habitat blindati che non hanno, anzi non devono avere nessun tipo di relazione con il territorio. Cittadelle. Non si tratta di una mania solo barese (cittadella della Polizia, della Finanza, della Scienza, della Cultura?.), ma di un pericoloso processo di disgregazione.

Hans Magnus Enzensberger, l’acutissimo intellettuale tedesco, aveva visto in anticipo il fenomeno in un saggio del 1993, Prospettive sulla guerra civile. »Nascono zone protette ? riflette Enzensberger ? e munite di propri servizi di sicurezza da una parte, slum e ghetti urbani dall’altra. Nei quartieri abbandonati gli uffici pubblici, le pattuglie di polizia, i tribunali non hanno più alcun potere. La violenza sfugge a qualsiasi controllo«. è lo scenario prefigurato della metropoli postmoderna: »Per coloro che si sentono minacciati ? scrive ancora Enzensberger ? allora rimangono unicamente due strategie: la fuga e l’autodifesa. Ma anche nel cuore delle metropoli si vanno formando arcipelaghi di sicurezza sotto stretta sorveglianza«, in cui »i privilegiati pagano per il lusso del loro totale isolamento; diventando poi prigionieri della loro stessa sicurezza«.
La conferma, qualche anno dopo, nelle gigantesche misure di quel che Virilio definisce un delirio funesto: »A Dubai, nel Golfo Persico ? scrive Virilio – le autorità dell’emirato hanno appena avviato un progetto denominato “The World” in cui si tratta di costruire un arcipelago, formato da 250 isole artificiali, somigliante in tutto a un mappamondo, ma circondato da una sofisticata barriera protettrice. Il costo di questo gulag di lusso: 1,8 miliardi di dollari. Preclusione, esclusione? Alla iperconcentrazione megalopolitana si aggiungono non solo l’ipeterrorismo di massa, ma anche una delinquenza panica che riconduce la specie umana alla danza di morte delle origini, e la città torna ad essere una cittadella ? in altre parole, un bersaglio per tutti i terrori, domestici o strategici«.

Nota. I grassetti sono nostri.



L’intervento è stato pubblicato mercoledì 6 dicembre 2006 su LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO nella rubrica PIAZZA GRANDE.

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