EDILIZIA GIUDIZIARIArn A BARI: rn”FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO PUBBLICO”rndi Nicola Signorile

Punto e a capo. Il Tar della Puglia ha sfilato il cappio dal collo di Emiliano: il Comune di Bari ? hanno sentenziato i giudici amministrativi? ? non deve consentire che la impresa Pizzarotti costruisca la cosiddetta »cittadella della giustizia«, perchè non è in alcun modo obbligato a tener conto della »ricerca di mercato«. L’avevamo scritto, in questa rubrica, ma ora c’è il verdetto del Tar che depura il lungo dibattito di molti malintesi e deformità.
Bisogna riconoscere all’Avvocatura del Comune di aver benissimo difeso le ragioni della Pubblica amministrazione in questo caso che ci appare come emblematico della confusa e limacciosa condizione in cui si può essere trascinati dalle pratiche dell’»urbanistica contrattata«, quelle denunciate da Luigi Mazza, urbanista del Politecnico di Milano, nel libro »Trasformazioni del piano« (Franco Angeli ed.). Da questo punto di vista, è importante l’accorata e indignata salvaguardia della sfera pubblica che si coglie nelle righe della memoria difensiva presentata dagli avvocati Renato Verna, Alessandra Baldi e Rossana Lanza. Riferendosi alle opinioni espresse dalla impresa Pizzarotti nel suo ricorso in merito alla stato dei tribunali e delle procure a Bari, all’attività del Comune e alle soluzioni da adottare, i legali del municipio scrivono: »Ogni altra questione dibattuta in giudizio, inerente i problemi dell’edilizia giudiziaria della Città di Bari, attiene esclusivamente ai rapporti tra le pubbliche amministrazioni coinvolte (Comune, Ministero e Commissione di Manutenzione), rapporti nei quali non può trovare ingresso e tanto meno tutela l’interesse commerciale e privatistico della ricorrente (la Pizzarotti & C. spa, ndr) nella qualità di eventuale “locatrice” (o venditrice) di futuro immobile privato da realizzarsi su suoli privati«. E più avanti i legali ripetono che ai rapporti istituzionali »il privato deve rimanere estraneo« e infine che »non è ammissibile alcuna interferenza del privato che, in giudizio, strumentalmente manifesta un interesse “qualificato” al funzionamento della giustizia«.
Ci auguriamo che queste parole echeggino nell’aula quando si riunirà il Consiglio comunale autoconvocato. E intanto speriamo che le legga il presidente della IV Circoscrizione, Rocco De Adessis, che sulla »Gazzetta« di ieri rivendicava il voto favorevole della sua istituzione al progetto della Cittadella della Giustizia: una approvazione spontanea, non richiesta e non prevista, irrituale e per giunta espressa su una unica proposta, illustrata in Consiglio dal rappresentante dell’impresa privata. Ciò nonostante equivoca, De Adessis, quando scrive che la sentenza del Tar »non impedisce al Comune stesso di affidare l’appalto a Pizzarotti« in base alla ricerca di mercato. Le sentenze bisogna leggerle: »L’eventuale affidamento dei lavori ? scrivono i giudici del Tar ? costituisce un autonomo procedimento«, disciplinato dal Codice dei contratti pubblici, »totalmente autonomo rispetto a quello “atipico” della ricerca di mercato«. A parte il fatto che l’»appalto« può riguardare un’opera pubblica e non un edificio privato come la Cittadella. Insomma, c’è un po’ di confusione alla IV circoscrizione.
Al contrario, Giancarlo Russo Frattasi, presidente della Camera Civile, ricorda sulla »Gazzetta« di lunedì scorso che è il Comune il »titolare indiscusso del diritto-dovere di scelta« degli edifici per la giustizia e della loro collocazione: »li ubichi dove vuole e dove può«, scrive l’avvocato chiedendosi tuttavia perchè sia considerato insuperabile l’ostacolo di una variante urbanistica ? come quella richiesta dal progetto di Pizzarotti – giacchè tante finora ne sono state adottate a Bari.
Le varianti ad un Piano regolatore non sono tutte uguali, quando considerate secondo il criterio della »reversibilità«. Facciamo un esempio: se una zona industriale dismessa viene trasformata in un centro commerciale, anche con aumento di volumi, ma contro le prescrizioni del Piano regolatore, necessita una variante. E di questo genere ce n’è a bizzeffe. Ma si tratta di trasformazioni reversibili: in futuro, si potrà demolire e costruire su quella stessa area appartamenti oppure un Palazzo di Giustizia, o farci passare una ferrovia, oppure un parco (come alla Fibronit): si tratta sempre di trasformazioni urbane, indipendentemente dalle funzioni e dai volumi. Al contrario, trasformare una campagna estesa ed omogenea in suolo edificabile è un atto irreversibile: espansa la città, non si potrà più tornare indietro. è per questo che lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo, approvato a Potsdam nel 1999 e il cui rispetto è obbligatorio, individua nei »cunei di campagna« una preziosa risorsa per la indispensabile interruzione della città, per la separazione tra spazio urbano e spazio agricolo. L’uliveto settecentesco in cui si vorrebbe costruire la »cittadella della giustizia« è proprio al centro di uno dei due preziosi cunei di campagna che Ludovico Quaroni aveva riconosciuto e delimitato nel Piano regolatore di Bari.
Il patrimonio del paesaggio è indisponibile, non possiamo farne quel che? vogliamo, ma ci è stato affidato perchè venga trasmesso integro alle generazioni future. Questa cultura è diffusa e condivisa là dove le statistiche rivelano sempre un tasso di civiltà e di qualità della vita superiore rispetto a Bari: per esempio in Olanda o in Emilia.
L’autunno scorso abbiamo incontrato a Parma, in Emilia, uno dei più importanti architetti olandesi, Jo Coenen. Ci ha detto che »l’espansione urbana modifica in modo irreversibile il paesaggio naturale che è ancora un valore. Ma sembra che gli architetti abbiano dimenticato il loro ruolo e che essi, i committenti e le pubbliche amministrazioni abbiano voltato le spalle a quel patrimonio pubblico che noi chiamiamo paesaggio«. E quando gli abbiamo obiettato che un committente devei perseguire un guadagno, Coenen ci ha risposto che alla legge del profitto si può resistere »con il masterplan, con il controllo del piano urbanistico. L’architettura non può avere un senso solo figurativo, di stile. L’edificio – pubblico o privato ? deve essere inserito in un insieme unitario, in un contesto pubblico«. Insomma, il contrario delle cittadelle.
Abbiamo conosciuto Jo Coenen a Parma, per merito della impresa Pizzarotti e C. spa che ha sede in quella città. L’azienda sta per realizzare, su un’area industriale dismessa, la Rossi&Catelli, a ridosso del centro storico, un grande complesso residenziale, il cui progettista è proprio Jo Coenen: un incarico suggerito evidentemente dalla Ing, la società olandese che finanzia l’operazione immobiliare. è ben curioso che la medesima impresa si affidi a Parma ad un architetto di fama internazionale, di spiccata fede ambientalista e paesaggista, e ad una società finanziaria di indiscussa notorietà, mentre a Bari vorrebbe tener segreto il »terzo soggetto«, cioè il vero proprietario, fino alla approvazione formale (ma lo può accettare, la pubblica amministrazione?) e presenta i progetti di tribunali in stile neoclassico totalitarista (alla Albert Speer: è una nostra personale suggestione), che l’ingegner Michele Cutolo ha proposto finora in almeno tre diverse versioni. Dobbiamo pensare che neanche egli? fosse convinto della bellezza delle precedenti soluzioni, compresa quella osannata dalla Commissione di Manutenzione e dalla Circoscrizione di Rocco De Adessis.


articolo pubblicato il 14 febbraio 2007 su La Gazzetta del Mezzogiorno

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