BILANCIO PARTECIPATIVO, BILANCIO SOCIALE, BILANCIO DI GENERE

Consiglio comunale?del 16/17?aprile 2007?
APPROVAZIONE DEL BILANCIO E PIANO TRIENNALE OPERE PUBBLICHE

Intervento di Carlo Paolini, Presidente dell’ARCA e Consigliere comunale



Signor sindaco, assessori, consiglieri,
apprezzo vivamente la relazione dell’assessora Cinzia Capano (assessora al Bilancio, ndr) soprattutto per quanto ha affermato nella prima parte del suo intervento, relativa (uso le sue stesse parole) all’analisi di “senso” del bilancio e della volontà politica che lo sottende”.


Ed è su questa parte che intendo portare il mio contributo al dibattito, perchè i temi trattati sono in linea con quell’ottica di cambiamento che le espressioni organizzate della cittadinanza attiva hanno da tempo auspicato verso le forze politiche e governative delle città e delle Istituzioni in generale.


Il richiamo iniziale ai princìpi fondanti della nostra cara Costituzione dimostra che, nonostante i tentativi della destra italiana e della Lega di cambiarli, essi sono così attuali da poter essere il canovaccio-guida dell’indirizzo politico?programmatico del nuovo bilancio che questa Amministrazione intende perseguire.


Lei, assessora, ha fatto riferimento a due aspetti, che sono a mio avviso molto importanti: ha parlato di bilancio sociale e di bilancio di genere. Solo una sensibilità forte – concretamente legata alle esperienze di lotta della citta-dinanza attiva – poteva togliere dal “cassetto dei sogni” una impostazione di tale portata. Una impostazione? con cui i consiglieri comunali dell’opposizione, del centro-destra, devono cominciare a sapersi confrontare.

Il Bilancio sociale
: come lei ben sa, questo è un nuovo documento, non obbligatorio, che affianca il Bilancio consuntivo e la Relazione di analisi della gestione.
E’ un documento teso a migliorare la comprensibilità delle informazioni – qualitative e quantitative – sull’azione dell’amministrazione, attraverso le connessioni con i principali interlocutori sociali (le famiglie, i giovani e le donne, gli anziani, il mondo della scuola e quello del lavoro, il mondo delle im-prese, l’associazionismo, i diversamente abili, i disoccupati e i parzialmente occupati, le istituzioni).

Esso cioè rende esplicita – visibile – la relazione fra i bisogni emersi ed individuati, le scelte operate e le risorse impiegate con i risultati ottenuti all’interno di un telaio unitario in grado di integrare contemporaneamente le tre dimensioni amministrative: quella economica, sociale ed ambientale.

Il Bilancio Sociale è infatti ? come è stato definito – uno strumento innovativo nella comunicazione sociale di un’organizzazione (si tratti di un’associa-zione, di un ente pubblico o di un’impresa) nel segno della trasparenza, che deve contraddistinguere il rapporto fra essa e i suoi principali referenti, nel nostro caso i referenti sono i cittadini. E’ in definitiva uno strumento che valuta e misura gli effetti prodotti dalle politiche attuate sul territorio: per questo esso affianca ed integra il bilancio ordinario e gli strumenti tecnico-contabili tradizionali.


Non mi soffermo qui sulle fasi che caratterizzano la formazione di un bilancio sociale, ma mi preme sottolineare che una delle fasi è rappresentata da quella delle relazioni sociali ovvero dalla particolare attenzione che esso pone all’attività di coinvolgimento dei vari attori della comunità cittadina.
Esso rappresenta quindi uno strumento straordinario, in quanto è la certificazione di un profilo etico che legittima il ruolo dell’Amministrazione, non solo in termini strutturali ma soprattutto morali, che sancisce il proprio legame con il territorio migliorando la qualità della vita della cittadinanza.

Per questo importante e strategica è la sua condivisione per ottenere il consenso della comunità.


è qui allora la saldatura tra il bilancio sociale e il bilancio partecipativo. La differenza fra i due strumenti è di tipo programmatico: se il bilancio sociale si lega ai bisogni, quello partecipativo si ispira alla sollecitazione della partecipazione attiva di cittadini e cittadine alla pianificazione e alla programmazione del proprio circuito territoriale.

Il bilancio partecipativo, al di là delle modalità scelte, chiede direttamente ai residenti dei quartieri e circoscrizioni di esprimere una preferenza sulle modalità di spesa di una quota delle risorse comunali.?
Il sindaco di Grottammare, Massimo Rossi, riferiva in un dibattito-confronto tenuto insieme qui a Bari sui percorsi della democrazia partecipata, che dal 1994 a Grottammare non vi è decisione importante, trattasi di bilancio o di scelta urbanistica rilevan-te, che non sia sottoposta ad un originale percorso democratico che si impernia su una serie di assemblee di quartiere.


E’ innegabile che la realizzazione del bilancio partecipativo porta a due risultati importanti:


uno la maggiore conoscenza dei bisogni dei cittadini;


due la maturazione della coscienza di diritti e doveri insieme alla consapevolezza delle difficoltà di vario tipo, in cui si trova ad operare l’amministrazione comunale, ivi compresa quella difficoltà finanziaria derivante dalle scelte del governo centrale.


Laddove è stato realizzato, il bilancio partecipativo ha saputo ri-motivare la partecipazione di cittadini e cittadine alle scelte del governo territoriale, mi-gliorando notevolmente la stessa qualità della vita e radicando l’appartenenza al contesto urbano, perchè in tal modo si vive la propria città non più come un organismo al di fuori di se stessi ma come parti importanti dello stesso.

La condivisione delle scelte attiva quello che viene definito?”il welfare delle responsabilità” perchè produce processi di inclusione.


Possiamo dire quindi che il bilancio partecipativo si muove su tre binari precisi:
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?il primo è quello del coinvolgimento di tutte le realtà territoriali, singole e/o organizzate;
??il secondo? è quello della costruzione dal basso di percorsi, puntualmente verificati e verificabili, di intervento su obiettivi certi;
??il terzo è quello della promozione di una cultura solidale che sa accogliere le differenze, capace di attivare processi inclusivi di accettazione sociale.


Con la democrazia partecipata e partecipativa, perchè di questo in definitiva si tratta, la politica non abdica al proprio ruolo di guida del governo del territorio ma ? ed è questa la vera scommessa ? rinuncia all’ultima parola, rinuncia cioè a trarre lei e solo lei la sintesi delle contrapposte tensioni che si manifestano sul territorio. Soprattutto la politica cessa di praticare l’ascolto individuale dei cittadini per abituarli a pensare il territorio collettivamente, evitando in tal modo la semplicistica sommatoria delle domande presentate individualmente“, come ci insegna Giovanni Allegretti,?autore di vari saggi sul bilancio partecipativo (Docente di Pianificazione urbana al Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Firenze).


Dal bilancio partecipativo quindi al bilancio sociale e da qui al bilancio di genere il passo è breve:

il bilancio di genere infatti considera l’impatto sulle cittadine e sui cittadini delle politiche e delle azioni del Comune, partendo dal presupposto che esse non sono politiche e azioni neutre.
Il bilancio di genere trova la sua origine proprio nel richiamo iniziale del mio in-tervento, che è quello dell’assessora Capano:? la Costituzione italiana, l’articolo 3 della Costituzione, che? afferma la pari dignità sociale senza distinzione di sesso, ecc..
Esso tende a favorire sia il perseguimento di politiche pubbliche caratterizzate da equità, efficienza e trasparenza, sia il superamento delle disparità tra i sessi in relazione a distribuzione e gestione delle risorse economiche, poteri, salute, istruzione e formazione.

Il bilancio di genere è lo strumento che consente alla spesa pubblica di seguire criteri di promozione delle pari opportunità,? realizzando l’integrazione della prospettiva di genere nelle politiche e nella programmazione di bilancio, in condizioni di trasparenza.

Il bilancio di genere attiva quindi l’effettiva distribuzione delle spese e delle entrate fra uomini e donne, attraverso la pianificazione e la valutazione delle modalità di attenzione e risposta ai bisogni della popolazione di entrambi i generi, conferendo al bilancio pubblico maggior equilibrio e maggiore chiarezza nell’identificazione dei destinatari, verificando l’effetto della politica economica su uomini e donne.
In base a questa prospettiva, possiamo dire che nessuna decisione politica ed economica si può definire neutrale rispetto al genere, per il semplice fatto che donne e uomini sono portatori di bisogni diversi ed occupano ruoli diversi all’interno del sistema politico ed economico.

Le donne, per fare un esempio, al di fuori della propria attività lavorativa extra-familiare, dedicano molta parte del proprio tempo ad attività per
– la produzione di beni
– servizi per la famiglia e
– lavoro di cura, che rientrano tutti nell’ambito dell’economia non retribuita.

Un bilancio partecipativo, sociale – e quindi di genere – non può non valutare attentamente l’interazione fra economia retribuita ed economia non?retribuita, nel momento in cui si prendono decisioni di politica economica.
Questo strumento prevede l’applicazione (concreta?) – nella procedura di bilancio – della prospettiva dell’uguaglianza tra uomini e donne in tutte le fasi e a tutti i livelli delle politiche pubbliche e da parte di tutti gli attori coinvolti nei processi decisionali.

Riflettendo la distribuzione di potere esistente nella società, il bilancio produce effetti differenti sui cittadini a seconda che essi siano uomini o donne:
continuare ad ignorare tale diversità significa di fatto riprodurre le disuguaglianze di genere attualmente esistenti.
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Vede assessora Capano, nella sua relazione ha affermato che con le sue colleghe di giunta, Mazzei e Rinella, lei ha?sperimentato una via meramente empirica di bilancio sociale o partecipato,?andando in giro per le circoscrizioni con le organizzazioni sindacali dei pensionati:
mi piacerebbe sapere qual è stata la partecipazione dei residenti.
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Però assessora Capano il bilancio partecipativo mette in campo tutti gli attori della città ivi compresi i consiglieri comunali che continuano ad apprendere dalla stampa ciò che li riguarda in prima persona, nella loro qualità di rappresentanti istituzionali eletti.
Nelle città dove si parla di bilancio partecipativo, sociale, di genere, si attivano strumenti, alcuni li chiamano tavoli, di confronto e di ricerca, in cui un ruolo importante lo svolgono proprio i consiglieri comunali, che vengono puntualmente coinvolti nelle attività amministrative.
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Questo mio appunto rappresenta l’ennesimo tentativo di chi come me crede nella democrazia partecipativa, è pronto a dare il proprio contributo di idee e di azione al lavoro della giunta, esattamente come tutti i consiglieri comunali. Ed è nella consapevolezza della democrazia partecipativa, che è chiamato a nascere il nuovo Municipio.

Infine, assessora Capano, la invito a fissare la soglia economica di povertà in modo tale che tutti gli assessorati possano essere in linea evitando che ognuno lo faccia a modo suo così come è accaduto per il diritto allo studio, la fruizione delle mense, ecc.


Ora, in quest’ottica rivolgo lo sguardo al Programma triennale delle opere pubbliche che sconta purtroppo l’insufficienza dei mezzi finanziari.
Mentre apprezzo l’intervento sulla realizzazione del villaggio ROM, non posso evitare di sottolineare il rinvio della ristrutturazione dell’ex ONPI, una struttura che ristrutturata e ripensata può aprirsi veramente al mondo degli anziani; è una struttura in grado di rispondere – nel breve periodo – alla richiesta di centri diurni autogestiti, di centri diurni per i malati di Azheimer, così come ho richie-sto in un precedente consiglio comunale, di casa di riposo per i nostri concitta-dini più anziani ma con limitatissime risorse economiche.


Noi fra breve saremo chiamati ad esprimere il nostro consenso per la prima esperienza nella nostra città di costruzione di un complesso di apparta-menti per sfrattati e per persone diversamente abili, però poi non sappiamo utilizzare appieno la struttura dell’ex-ONPI: una contraddizione che non comprendo.
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Mi rivolgo all’assessora Lorusso (assessora ai Lavori Pubblici, ndr): a Lei è stato anche consegnato – insieme con una raccolta di firme – il progetto del tunnel da realizzare nel sottopasso di via Quintino Sella a tutela della salute pubblica di quanti, uomini,donne, bambini, anziani e diversamente abili quotidianamente lo attraversano per passare da un punto all’altro della città.
Un progetto presentato da due giovani architette del Politecnico barese a costo zero per l’Amministrazione. Anche questa realizzazione rientra in quella logica di costruzione del bilancio partecipativo.
Mi auguro che sappia trovare nel corso dell’anno quei 700.000 euro necessari: tale opera riveste una priorità rispetto magari ad altre che riguardano una limitatissima fascia di cittadina rispetto ai benefici che tale opera farà ricadere sulla citt? nel suo complesso.?
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Assessora Lorusso, ma mi rivolgo anche a tutti gli assessori, in quest’aula ho sempre preferito il ruolo di consigliere comunale a quello di consigliere circoscrizionale. Ma in questa occasione lancio un SOS per il quartiere dove sono nato, sono cresciuto e dove attualmente vivo, dove ho la maggior parte della mia attivit? lavorativa: il quartiere Libert?.
Qui non si tratta solo della semplice richiesta di un albero vista l’assenza del verde, ma di qualcosa di più.
Occorrono con urgenza interventi strutturali che sappiano nuovamente ri-coniugare cultura e territorio.
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Il Libert? al censimento del 2001 rappresenta il secondo quartiere più popoloso della citt?? con i suoi 38.728 abitanti, ma nel suo interno ha un rap-porto del quasi 2% (1,74) di analfabeti, del quasi 27% di cittadini con la licenza elementare (26,77) e del 29% con la licenza media inferiore: un totale di 58 % di cittadini che hanno abbandonato in giovane et? la formazione scolastica. Solo il 28,11% della popolazione risulta occupata. Il quartiere Libert? è un quartiere ad elevato rischio, considerato l’elevato tasso di recidivit? dei minori: oltre il 100%.


E’ un quartiere che da tanti anni sta scontando nelle sue strade l’assenza della politica: non si può continuare a pensare di governare il quartie-re con una pratica di pensione o di mera assistenza burocratica nell’ottica della conquista di un voto.
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Al quartiere Libert? abbiamo bisogno innanzi tutto di politiche di prevenzione a tutti i livelli per cominciare a cambiare l’attuale cultura circolante. Co-minciamo allora a rivitalizzare l’economia attraverso il rilancio? commerciale di via Manzoni, così come si è fatto per via Sparano: non dimentichiamo che via Manzoni era la via Sparano del ceto medio.
E come via Sparano ha finito con lo sviluppare le vie limitrofe, così il rilancio di via Manzoni aiuter? a sviluppare le vie ad essa collegate.

Troviamo anche per il Libert? quei fondi necessari per la sua riscoperta, coi suoi portoni più belli di Bari, con le sue vie piene ancora di artigiani del legno, attraverso la valorizzazione delle Istituzioni presenti nel territorio e il ripristino di edifici storici lasciati ad un colpevole degrado. Un’idea: perchè non valorizzare per esempio C.so Italia nella parte sottostante la Ferrovia? Perchè non alberare quei marciapiedi che lo consentono? Perchè non pensare a ri-modulare la stessa via Manzoni? Perchè non fare arrivare i bus navetta sino ai Giardini Garibaldi? Si tratta di allungare di qualche isolato la fermata da Piazza Massari?

Insomma: facciamo che la ristrutturazione di piazza Risorgimento non sia solo un contentino che rischia di divenire ben poca cosa se non inserita in una programmazione di interventi a breve e medio termine, che riconquisti la qualit? della vita e che ponga finalmente fine a culture non accoglienti verso i più sfortunati e soprattutto facciamo che le pagine dei giornali non siano conquistate dal Libert? solo per le sparatorie che periodicamente avvengono tra le sue vie alla presenza di bambini ed ignari cittadini!

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