Leo Palmisano* Includere gli ‘ultimi’ nel centro della città




Apprendere dalla stampa che un gruppo d’immigrati ha tentato la fuga dal CPT (Centro di Permanenza Temporanea, ndr) del San Paolo, e che durante l’inseguimento essi si sono feriti in modo non lieve, è apprendere forse quanto di più grave sia accaduto in queste ultime settimane a Bari.
Così come assistere alla riapertura di un centro di prima accoglienza a Palese e di una casa per gli homeless nella parte più periferica di Carrassi.


Al di là delle polemiche speciose, che riguardano più la rincorsa alle giustificazioni della verità che sta dietro questi episodi, conviene aprire una riflessione precisa sui mutamenti in atto nella città di Bari.


Aver aperto un lager di permanenza temporanea nella periferia più brutta della città, avervi insediato un carcere per migranti irregolari ? ma non criminali ? è un’ingiustificabile somma di esclusione all’esclusione. Aver poi riaperto il centro di prima accoglienza nel deserto di Palese – dove dovrebbero risiedere circa seicento migranti in via di entrare in Italia ma che da lì non potranno muoversi liberamente per la città ? è un altro incommensurabile errore.


Aver infine perifericizzato la casa dei senza tetto, testimonia oltremodo la volontà di nascondere la polvere sotto il tappeto, di allontanare dagli occhi la vista infelice dei barboni di Bari.
Dietro tutto questo si cela la colpevole assenza di considerazione verso le persone. Non le persone in quanto cittadini aventi diritto, ma le persone in senso più ampio, nell’espressione della loro totalità di esseri umani.


In tutte le stime politiche attorno agli ‘ultimi’ della città, non si deve mai perdere di vista la complessità dell’essere umano e le sue sterminate possibilità di insediarsi e crescere ovunque, di decidere cosa fare della sua vita, nei limiti delle norme socialmente condivise. Ma rinchiudere esseri umani lontano dal resto della città, è impedire loro di condividere quelle norme, di apprenderle e interiorizzarle. Di farle proprie per diventare cittadini della nuova metropoli barese.
è dunque un modo per accrescere gli stimoli all’isolamento, all’autoesclusione, all’alcolismo, alla devianza.


è ben strano che per ospitare la casa dei senza tetto non si sia pensato ai tanti edifici pubblici ristrutturabili presenti in città. Che non si sia pensato, strategicamente, di includere queste persone nel centro della città, per dar loro la possibilità confortevole di farsi ospitare dove pulsa la metropoli, non dove vivacchia o sonnecchia. Ed è ben strano che non lo si sia fatto, visto che si è parlato di procedere alla ‘integrazione’ degli homeless, e non al loro nascondimento.


Contemporaneamente, è bizzarro che l’amministrazione comunale, che tempo fa ha preso una unanime posizione di contrarietà all’apertura del CPT del San Paolo, non abbia ancora chiesto un chiarimento sull’accaduto alla questura, e che non si sia opposta al CPA di Palese.


Tre fatti, tre eventi dietro i quali s’intravedono le contraddizioni della città del futuro, della città che non vogliamo, della città inospitale. Della metropoli che dovrà decidere se assumersi i rischi, politici, di nuovi tentativi d’inclusione sociale, e non le certezze, demagogiche e perniciose, dell’esclusione ammantata di paternalismo.


*Leo Palmisano, Sociologo
Coordinatore politico cittadino
di Sinistra Democratica


L’intervento è stato pubblicato sulla Repubblica di Bari
giovedì 9 agosto 2007, con il titolo:
“Dietro il lager del Cpt, il disagio di una città”


 

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