PD, distonie di vecchie campane Antonio V. Gelormini

Che gli entusiasmi accesi dall’inaspettato flusso di 3,5 milioni di alieni, lo scorso 14 ottobre, si fossero afflosciati, dando spazio ad un crescente malcontento da deglutizione forzata di minestra precotta, è cosa da tempo percepita con vistoso e comprensibile disagio. E a poco valgono le rivendicazioni orgogliose del Segretario nazionale, Walter Veltroni: dei passi in avanti fatti registrare nei primi quattro mesi di incubazione del Partito Democratico.


La sensazione di un deficit di partecipazione alle decisioni, relative alle nomine dei vari organismi locali del partito nuovo, è abbastanza diffusa e si aggiunge ad una buona dose di confusione del ruolo effettivo dei numerosi suffragati, eletti quali membri di Assemblee Costituenti e non, quali non meglio definiti delegati, in assise elettive o esecutive degli assetti organizzativi del costruendo PD.


Più volte si è fatto riferimento a forti dosi di innovazione da introdurre nella costituzione del partito nascente. Capaci di coinvolgere gli ambiti storicamente funzionali alle vecchie strutture partito, ma anche e soprattutto le cospicue riserve di non iscritti, da tempo vicini alla politica e sempre più determinati a diventarne parte attiva. D’altra parte illudersi di limitare l’azione rinnovatrice al mero traghettamento delle oligarchie di Ds e Margherita, sarebbe stato puro autolesionismo.


E’ impressionante come, lentamente ma con costanza, si allarghi una sorta di ectoplasma colloso, che avvinghia i nuovi gruppi dirigenti. Immobilizzandone l’azione riformatrice e riaffermando antiche e rodate logiche di gestione del partito. A liberarsene si fa una fatica immane. E la risultante è molto simile a una moderna Babele costruita al contrario. La campana madre del Segretario Nazionale suona e parla di rilancio forte, di salari e di condizione di vita delle famiglie, di precarizzazione giovanile intollerabile, di recupero dei 50enni senza lavoro, di crescita del Paese e di ritrovata capacità decisionale. E ancora, di nuova legge elettorale, di pacchetto di riforme istituzionali, già presentate alla Camera, e di coraggiosa chiusura ad ogni ipotesi di Grande Coalizione (Martina e Penati, in Lombardia, se ne faranno una ragione?).


Le campane delle nomenclature locali, invece, continuano a stonare e a rivendicare tavoli, rimpiangere negoziazioni e “confronto” nel segreto dei partiti, rammaricarsi dell’evanescenza delle sezioni e dei direttivi esautorati. Scambiando la linea politica con i bizantinismi e gli equilibrismi di corrente sulle nomine e dimenticando che in tanti sono rifluiti nel nuovo organismo, ma tutti senza dote. Nessuno a preoccuparsi della fusione fredda a “casse chiuse”. Tutti azionisti senza patrimonio, ma ognuno deciso ad esercitare il proprio diritto di “veto”.


Quello di fronte a tutti i segretari regionali del PD, è un moloch che rende la sfida immane. Ma antidoti miracolosi non ce ne sono. Il rinnovo dei ceti dirigenti è esso stesso percorso riformista. La contendibilità delle leadership e il loro rinnovarsi non possono non essere la cifra del partito nuovo. C’è un vasto mondo fuori dai partiti, che non vuole più contare solo al momento del voto. Anche perchè si è accorto di come è facile scavalcarlo con una legge infame, che ha reso possibile la nomina e non la scelta elettorale degli attuali parlamentari.


Un mondo che un po’ ovunque continua a coltivare il confronto sui problemi delle città e della quotidianità di una cittadinanza attiva, stimolando confronto aperto e partecipazione concreta. Gruppi, associazioni e comitati che da tempo sono diventati i nuovi spazi di coinvolgimento, più che complementari all’evanescenza delle vecchie sezioni di partito. Un mondo che intende farsi sentire e sparigliare la partita giocata ai tavoli riservati. Col chiaro intento di contribuire a rinnovare la politica e di lanciare proposte innovative, nello spirito delle audaci speranze del nuovo Partito Democratico.

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