Precariato all’IKEA di Barirnrn

Consiglio Comunale di?Bari:?28 gennaio 2008


L’intervento di Carlo Paolini?


?


Signor Presidente del Consiglio, Signor Sindaco, Assessori e Colleghi consiglieri,


la mozione presentata all’attenzione di questo Consiglio – relativa alla cessazione dei rapporti di lavoro di numerose persone assunte a tempo determinato dall’IKEA ? mi spinge a confermare anzitutto la mia solidarietà ai lavoratori, ma mi offre nel contempo una preziosa occasione per fare un ragionamento politico sugli effetti della L. 30/2003 (la cosiddetta legge Maroni), che nelle intenzioni avrebbe dovuto, leggo testualmente, “realizzare e garantire trasparenza ed efficienza al mercato del lavoro attraverso un sistema efficace e non contraddittorio di strumenti capaci di migliorare ed assicurare l’inserimento professionale dei disoccupati e di quanti sono in cerca di una prima occupazione, con particolare riguardo ai giovani e alle donne”.


Ebbene, dal 2003 – imperante il governo Berlusconi – i risultati prodotti da questa legge sono stati ben diversi: un altissimo numero di lavoratori precari, assunti dalle aziende con le tipologie contrattuali più svariate e fantasiose. Molti giovani e molte donne, pur di uscire dallo sfruttamento del lavoro sommerso e pur di ottenere un impiego, accettano di seguire stage di varia natura, tirocini non retribuiti, contratti a tempo determinato che solo raramente si trasformano in un lavoro certo e stabile. Quelle che sulla carta si presentano per esempio come semplici “collaborazioni”, celano in realtà una condizione di lavoro subordinato e sottopagato, con orari e postazioni di lavoro continuamente monitorati dai superiori per il raggiungimento del budget assegnato. Si registrano in Italia 295 mila partite Iva, riconducibili a “finti autonomi”!!!
La nostra generazione, indipendentemente dall’attività svolta, otteneva quasi sempre un contratto a tempo indeterminato, entro un quadro normativo che prevedeva la tutela e la garanzia per il lavoratore; oggi esiste invece una miscellanea di soluzioni differenti, di “contratti atipici”, una galassia di lavori flessibili e a termine!


Certamente questa deriva è anche la conseguenza di una malintesa idea di globalizzazione dei mercati, che invece di ampliare il bacino del benessere sta sempre più allargando l’area delle nuove povertà, minando seriamente il diritto fondamentale al lavoro, un lavoro che dà un senso alla vita.
Da questa deriva, purtroppo nessuno è esente.
Gli ultimi dati ISTAT parlano di più di 2 milioni di dipendenti che fanno i conti con uno stipendio che oggi c’è e domani non ci sarà più (è il 13% degli occupati) e alcuni di loro sono ormai precari da ben 8-10-15 anni. A seguito di questa legge, su 100 persone immesse nel mondo del lavoro, 55 hanno contratti atipici
( ad esempio: il 20% dei medici ospedalieri di Milano). Sul totale degli occupati, il 30 % “non ha un’occupazione stabile”. (dati ripresi da Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce, ed.Laterza).


Vedete, cari colleghi consiglieri, non mi sento di puntare il dito accusatorio esclusivamente contro il mondo imprenditoriale privato, perchè sta utilizzando ? anche se a volte in modo improprio – gli strumenti consentiti dalle leggi in vigore: un tempo il profitto aziendale si conseguiva anche attraverso la valorizzazione delle persone, mentre oggi si persegue quasi esclusivamente con il raggiungimento del budget assegnato ai responsabili di settore!? E i lavoratori, le lavoratrici e i nostri giovani sono diventati semplici numeri di un esercito senza volto!


E allora, che fare? Non credo alle crociate, nè all’efficacia dei volantinaggi; serve invece ? questo si – una mobilitazione politica. Credo che l’impegno politico e la volontà politica possano modificare gli effetti perversi della legge 30, riscrivendo una riforma con il consenso del mondo dei lavoratori, dei giovani, degli imprenditori più illuminati, consapevoli che il successo più duraturo della propria impresa è quello basato soprattutto sul senso di appartenenza delle persone impiegate, su una qualità del rapporto di lavoro in grado di far emergere e sviluppare le capacità professionali e che con l’innovazione tecnologica amplia il proprio mercato, producendo sviluppo economico per sè e per la propria comunità.
So, cari colleghi, che questi temi richiedono tempi e luoghi più appropriati, ma penso che – anche attraverso il lavoro di questo nostro Consiglio comunale – possa giungere ai più alti livelli un appello per rilanciare un’azione politica ampia e capace di imprimere un rinnovato slancio sinergico di tutto il mondo del lavoro alle iniziative in difesa del lavoro e dei diritti universali di cittadinanza, attraverso le pari dignità.
Tutto questo non significa garantire il posto fisso, obiettivo impossibile, ma ? questo sì – sostenere il lavoro a tempo indeterminato come forma normale di occupazione. La flessibilità non può essere un processo lavorativo di esclusivo interesse aziendale ma va gestita, va governata con un’azione? sinergica degli imprenditori e dei lavoratori con le loro rappresentanze sindacali.
?La flessibilità -senza i necessari e relativi ammortizzatori sociali ? si trasforma quasi sempre in strumento di un’angosciante precarietà. Dobbiamo allora con forza riappropriarci del metodo politico della condivisione delle idee e della partecipazione democratica, attraverso l’unità e la solidarietà di tutto il mondo del lavoro, della cultura e dei saperi, attraverso la conoscenza di tutte le articolazioni sociali: sono queste le condizioni minimali ed indispensabili per contribuire a ridare fiato a leggi e norme che tornino a valorizzare la dignità personale e professionale dei tanti sconfiggendo quei pochi che basano nella mercificazione del lavoro e nell’interesse personale il modello di società da affermare.


Il governo Prodi aveva iniziato a cancellare questi effetti nefasti ?ormai riconosciuti? quasi da tutti ?? della passata legislatura berlusconiana, cercando di mettere ordine nel mercato del lavoro, ricucendo gli strappi della precarietà, tessendo una rete di protezione sociale per tutti i lavoratori, e soprattutto per gli atipici, rivitalizzando il corretto rapporto fra sindacato dei lavoratori e sindacato degli imprenditori.
La mia non è una digressione, ma ha una stretta attinenza al tema di cui stiamo trattando. Penso infatti che non basti esprimere la solidarietà a questi lavoratori e lavoratrici che hanno creduto nella possibilità di iniziare a vivere una vita serena, guardando al loro futuro.
E’ certamente importante invitare con forza il Sindaco Michele Emiliano, il Presidente della Provincia, Divella e il Presidente della Regione Vendola ad intervenire presso l’IKEA per la salvaguardia di questi posti di lavoro, ma con questa solidarietà io invito ad esprimere un giudizio politico di condanna verso tutti quegli strumenti che producono precarietà; invito cioè ad esprimere una condanna di quella concezione liberista che ha prodotto fra gli altri questo feno-meno di precarietà senza tutele.


Signor Sindaco, so che ci troviamo ad agire su un terreno privato in cui la legge ci impedisce di intervenire, vista la correttezza formale dell’azienda, ma penso che la sua autorevolezza potrà contribuire forse a cambiare il corso degli eventi.
Sono a conoscenza del fatto che Lei è già intervenuto. Lo faccia di nuovo, in sinergia con il Presidente della Provincia e quello della Regione, con le organizzazioni sindacali più rappresentative perchè insieme all’IKEA si possano trovare le soluzioni? più idonee.
Signor Sindaco e signori assessori, vi invito a guardare con attenzione anche ai nostri bandi
perchè, purtroppo, a volte producono anch’essi situazioni di estrema precarietà, come quando nella continuità di un servizio non si garantisce la continuità lavorativa degli addetti al servizio stesso oppure quando si pensa ad interventi di breve respiro temporale, o ancora quando si opta non per la qualità dei servizi offerti ma dalla prevalente offerta al ribasso, che in sostanza produce in alcuni casi il mancato rispetto delle tabelle previste dai contratti nazionali.
Ecco allora il motivo per cui ho chiesto ? nell’ultima seduta del Consiglio comunale – la verifica del numero legale: il senso più vero era quello di dare un contenuto politico ad una forte, convinta e radicale solidarietà non conflittuale ai nuovi precari dell’IKEA, un contributo piccolo e modesto – di fronte a tutto il Consiglio Comunale – teso alla consapevolezza che bisogna lavorare politicamente per eliminare le cause che continuano a produrre precarietà, ma anche denunciando coloro che hanno eventualmente illuso alcuni lavoratori, omettendo di comunicare che il contratto a tempo determinato non prevede la stabilità del posto di lavoro: forse qualcuno o qualcuna di loro avrebbe continuato a svolgere il lavoro precedente!

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