La lezione di Aldo Moro, a 30 anni dalla sua tragica morte




Prof. Gaetano PIEPOLI*

A trent’anni dal rapimento e dalla tragica morte di Aldo Moro?il bisogno di continuare ad approfondire il senso della sua testimonianza, il suo pensiero ed il suo ruolo decisivo nella storia della nostra esperienza civile e politica è certo più vivo che mai.

Questo bisogno fa immediatamente i conti con un sentimento spontaneo, che la distanza del tempo ed il passare degli anni acuiscono:
l’assistere ormai quasi disarmati ad un processo aggressivo ? e per molti versi?in apparenza inarrestabile ? di involgarimento della politica aumenta e rende sempre più profondo il rimpianto e la nostalgia per?un esempio di statista? che racchiude una politica mai gridata, colta, misurata, sempre tesa a sollecitare l’intelligenza e la ragione, a fare appello ai valori morali; e, dunque, radicalmente alternativa ad ogni tentazione di pensiero e di prassi diretti, anche inconsapevolmente, a solleticare il fondo di istinti volgari.

In definitiva, una esperienza politica?consapevole dei limiti invalicabili della politica e?animata dalla interiore certezza?che?la?politica non può essere salvata solo dalla politica.

Nel marzo 1976, nel suo ultimo intervento pubblico ad un congresso di partito,?riflettendo sulle grandi e tumultuose trasformazioni del Paese, affermava:
“? di fronte a questa fioritura?la politica deve essere conscia del proprio limite, pronta a piegarsi su questa nuova realtà, che le toglie la rigidezza della ragion di Stato, per darle il respiro della ragion dell’uomo “.
Una scelta coerente con l’impegno per una democrazia compiuta, capace di operare l’integrazione effettiva di tutti? nella “casa comune”,?e, dunque, di promuovere e?sostenere quel processo di liberazione dell’uomo in un quadro di libertà che Moro?indicava?da sempre, con coerenza, come la priorità assolutamente irrinunciabile negli ordinamenti occidentali.?

“Questo processo di liberazione che avanza con ritmo sempre più veloce, e va al fondo delle cose?con penetrante e spregiudicato ardimento, questa impazienza diffusa, questa attesa?ardente, questa pretesa sacrosanta di contare tutti allo stesso modo, ebbene tutto questo, che è il portato della nostra civiltà democratica, non ci è estraneo neppure in minima parte. Certo si deve costruire lo Stato che abbia, nella sua fedeltà alla società che lo esprime, strutture idonee a garantirne la indispensabile funzione.
Ma la libertà dell’uomo, la sua dignità personale, il suo potere politico, non faranno certamente passi indietro.?
Un grande compito di autentica promozione umana ci sta davanti. In questa adesione è il nostro titolo di presenza alla guida di un Paese così ricco di fermenti rinnovatori.
Certo noi riserviamo, come è noto, il nostro giudizio su taluni modi di questo sviluppo che, nella nostra visione, deve essere raccordato a responsabilità sociali, a diritti altrui, che hanno la stessa origine e lo stesso grado di validità” .

E dopo il ’68, nell’ultimo decennio in cui ha esercitato una vera leadership politica, egli vede con solitaria lucidità le? complesse ragioni di una crisi morale della democrazia, legata?- in primo luogo – allo svuotamento del principale strumento di partecipazione politica rappresentato dai partiti di?massa, e soprattutto di quelli di governo, ormai erosi dalle pratiche? di gestione e schiacciati tra l’ universalismo astratto dei progetti e dei principi e le prassi di? un etica militante tutta “rasoterra”.

A questi ultimi, che non adempiono più alla funzione di essere tramiti e promotori della tensione all’integrazione reale di quei cittadini che chiedono l’eguaglianza sostanziale dell’art. 3 della Costituzione, e?innanzitutto al suo partito, lancia una sfida autentica :
“la politica è un fatto di forza, più propriamente di consapevolezza, di fiducia nel proprio compito? ma ci deve pur essere, più in fondo, una ragione, un fondamento ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere e il potere si esercita.
E’ solo nell’accettazione incondizionata di una ragione morale che si sviluppa con coerenza il patrimonio delle nostre idealità e il complesso degli impegni per il nostro tempo” (gennaio 1969).

Mai come oggi, nella? drammaticamente bizzarra condizione del nostro Paese, così confusamente alla ricerca di se stesso, logorato dalla presenza di una antipolitica generata da una cattiva politica,?avvertiamo tutta?la ineludibile radicalità di? quegli interrogativi.

Se non si ricostruisce quella ragione morale, che in Moro include sempre la profonda ? ma mai ostentata, così ricca di riserbo e di pudore ? ispirazione religiosa e la responsabilità etica necessaria, ogni tentativo di evitare il fallimento del sistema politico si rivelerà un vicolo senza uscita, destinato alla sconfitta :
“il potere diventerà sempre più irritante e scostante e varrà solo un’idea?comunicata per un?tramite discreto e umanamente rispettoso. Queste, cari amici, non sono fantasie, sono cose che già cominciano ad avvenire e che avverranno sempre di più, cose che nascono e prendono il posto di quelle che muoiono” (luglio 1969).

In questo impegnativo orizzonte?si rinnova anche il significato della sua?testimonianza di autentica?laicità, come dimensione essenziale di una politica moderna. Moro sapeva che il tempo della politica era entrato definitivamente in una società la cui energia risiedeva e risiede tuttora?nello scambio di esperienze, nel confronto di una articolata gamma di valori.

Una società, dunque, in cui nessun valore, nessun gruppo sociale può?pretendere di egemonizzare, modellare e guidare l’insieme del corpo sociale, e dove la?progettualità politica deve misurarsi con lo sforzo irrinunciabile di rendere in qualche modo componibile su fini comuni questo necessario pluralismo.
E’ la fatica del confronto sistematico, della sistematica valorizzazione positiva delle differenze: ” chi ha più filo tessa”.

Per questo, onorare la memoria di questo statista saggio e lungimirante, di quest’uomo veramente buono, e di questo vero politico cristiano, oggi ? per quanti si interrogano con sincerità a diverso titolo sul senso del bene comune -? è? innanzitutto accettare la responsabilità di assumere tutta?la sua lezione e la sua eredità.



*Ordinario di Diritto Privato?
Facoltà di Giurisprudenza di Bari

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