L’insulto di Ciriaco

Antonio V. Gelormini



Fosse dipeso da lui il Partito Democratico non sarebbe mai nato.

Al corso degli eventi ci si è adeguato a malincuore. Con classica pervicacia democristiana ha cercato fino alla fine di incarnare, da Nusco, il gattopardesco spirito filosofico del principe di Salina. E, rimanendo saldamente al suo posto, poter dimostrare che in fondo tutto stava cambiando, per non cambiare, in effetti, alcunchè.


La sua caduta di stile non rende merito al ritratto di “intellettuale della Magna Grecia”, a suo tempo brillantemente stigmatizzato dal commento ammirato, e come al solito calzante, di Gianni Agnelli.
A meno che non volesse tirare la volata al plauso unanime per la fermezza veltroniana, in materia di rinnovamento, assume toni patetici la definizione di “insulto alla politica” (in cui si sente da sempre immedesimato), per la decisione di limitare la riconferma delle candidature parlamentari a un tetto massimo di tre legislature. In particolare, se si pensa che l’ottantenne Ciriaco De Mita è parlamentare da ben quarantacinque anni.


Paradossale che sia un cattolico a rinnegare la forza della speranza. Da sempre uso più all’analisi e alla speculazione intellettuale, che all’audacia della pro-attività in politica, rifugge le mistificazioni kennediane, preferendo il modello degasperiano del primo dopoguerra.
Il suo giudizio sul partito nuovo è stato tranchant:
“Siamo in presenza di un partito che fonda la propria prospettiva più sulla speranza che sull’interpretazione della realtà. La politica invece è la narrazione delle vicende e, attraverso questa, la ricerca delle soluzioni”.


I giochi nuovi non lo affascinano per niente.
Risiko, sudoku e burraco hanno un alfabeto troppo internazionale, per chi è stato restio a cambiare perfino un accento e che di anghe o di Mondecitorio ne fece orgogliosa ed imbarazzante bandiera. Vuoi mettere un’avvincente e classica partita a tressette? Ma i giovani compagni non sono all’altezza. Non capiscono.
Se non lo vogliono, non lo meritano. Meglio dedicarsi al discorso elettorale di una vita. Da accompagnare, nel momento fatale, col suono di una melodica cetra, “autentica” versione moderna della volgare chitarra del poeta spagnolo Machado.

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