Storia all’italiana di un teatro italiano

Pierfranco Moliterni*



Nasce nel 1903, così, d’improvviso, e per di più in un’Italia meridionale culturalmente molto arretrata e con indici di analfabetismo altissimi.
Muore nel 1991, altrettanto d’improvviso, ma in un panorama culturale in netta ripresa grazie alla scolarizzazione di massa e in un Mezzogiorno d’Italia che conosceva, in quegli anni ’80-’90, una sorta di renaissance sociale.
Stiamo ovviamente parlando del teatro Petruzzelli di Bari il gran Petruzzelli come lo si chiamava ostentando con orgoglio la enorme capienza dei posti a disposizione del suo pubblico: ma di quale pubblico non si capiva poi tanto.
E stiamo altresì parlando di Bari, la città capoluogo di regione della Puglia, città che ha sempre avuto una vocazione mercantile grazie ai suoi pingui commerci, ubicata com’è sulle sponde al sud del mare Adriatico in posizione favorevole per i traffici col vicino Oriente.


Non sembrò quindi vero che, in quel lontano 1903, la classe alta che meglio la rappresentava – i commercianti di abiti e tessuti – volle e seppe coniugare esigenze di immagine con un salto qualitativo nel mondo eccentrico del teatro e dello spettacolo. Veramente eccentrico e distante dai propri interessi conosciuti e praticati, a cospetto di quanto avviene con i due fratelli proprietari Antonio e Onofrio Petruzzelli – i quali riescono ad aggiudicarsi una gara indetta dal Comune barese per l’acquisizione (gratuita) di un suolo pubblico su cui costruire in cambio, appunto, ma a proprio spese, un grande politeama: un teatro per tutti e non solo di tutti, come si disse.


Non sapendo neppure da che parte incominciare, essi affidano il progetto al loro cognato, Angelo Cicciomessere, ingegnere-capo del comune barese, affinchè costui si vada a documentare in giro per l’Europa per studiare l’architettura dei massimi teatri del tempo e trarne una sintesi: il Petruzzelli è infatti metà teatro all’italiana e metà modello Opèra Garnier con ampie loges centrali.


Uno strano caso dunque, a metà tra capriccioso protagonismo e slancio affaristico-culturale, sta all’origine di un teatro privato da sempre rimasto tale nei suoi centocinque anni di storia piccola o grande che sia. Una tara genetica, quanto meno una anomalìa vera e propria tra i tanti teatri di proprietà dei comuni e dello Stato italiano, come “La Scala” di Milano che già nel 1922 fu riscattata dagli antichi proprietari, i ‘palchettisti’.


Non così a Bari dove, nel medesimo periodo, e cioè durante il regime fascista, l’amato podestà locale, Di Crollalanza, spesso compare in orbace alle premières di opere liriche adagiate in modelli di gusto deteriore, mentre la proprietà del teatro non veniva mai messa in discussione tanto essa era funzionale ad una società che si muoveva entro l’ambito fortemente prioritario del settore privato, ora protetto dal sostegno dello stato fascista.


Il Petruzzelli navigò di conserva, con piccolo cabotaggio, per decenni e decenni, dopo e tra le due guerre mondiali – praticamente dal 1929 al 1979 – gestito da un nugolo di famelici impresari (privati) che costringevano il teatro a vivere ai margini del ‘sistema’ teatrale italiano che contava: il sistema teatral-musicale di qualità che partiva da Milano e transitava da Venezia, Bologna, Roma, Napoli, Palermo.


Mentre la sua attività sopravviveva con cadute di gusto clamorose, come quella della stagione del 1930 quando, alla prima dell’opera Nerone di Boito, il principe Guglielmo Romanazzi in persona (impresario di quella stagione) comparve vestito da auriga romano su di una biga al centro del palcoscenico!
Oppure era svilito e umiliato in uno spezzettamento intensivo degli spazi esterni ed interni; ad esempio le servitù dei locali solitamente adibiti a strutture di supporto per il lavoro teatrale, vennero subaffittati dagli eredi dei fratelli Petruzzelli (ora diventata una famiglia, quella dei Messeni-Nemagna) a bottegai di abiti, a circolo privato di notabili, e persino a coiffeur per signora e servizio lavamacchine.
Una rendita parassitaria bella e buona, come la chiamerebbero gli economisti.


Eppure qualche piccolo scatto in avanti si conta nella vita del massimo teatro pugliese, pur se modesto visti i programmi e i proclami all’atto della inaugurazione nel febbraio del 1903 con il grand-opèra Gli Ugonotti di Meyerbeer.


Il fatto è che per lunghi e oscuri tempi il gran Petruzzelli è usato come un locale cinematografico, al più come una sala da concerto (ma sempre in locazione e a favore della proprietà) in cui passano alcuni tra i più bei nomi del concertismo internazionale, da Rubinstein a Michelangeli, da Milstein a Segovia a Kempf.


Ma la vera svolta storica è quella segnata nel calendario della sua vita centenaria all’inizio degli anni ’80, quando un giovane imprenditore locale dello spettacolo, (affiancato da esperti che vengono tutti dall’associazionismo culturale democratico-ARCI) interpreta finalmente le esigenze di profondo cambiamento che venivano da una società pugliese in forte avanzata sociale e culturale.
Nasce quindi il cosiddetto decennio d’oro del Petruzzelli rinnovato, tra gli anni 1980-1990, in tutto e per tutto.


A partire da una lettura del passato che si riverbera nei programmi e nelle idee del presente ora gestite da pochi, giovani collaboratori che provengono dalle file dell’associazionismo culturale democratico.

Si fa dunque dell’involucro neutro di politeama, così come esso era nato nel 1903, una bandiera di svecchiamento di formule e progetti: il politeama deve ospitare e semmai produrre spettacoli ad ampio respiro, catturando vasti strati di pubblico, formando addirittura un nuovo pubblico.

E quindi, a fianco delle tradizionali stagioni liriche di buona qualità e di respiro nazionale che finalmente inseriscono il Petruzzelli nel ‘sistema’ dei grandi teatri musicali italiani, nascono tutta una serie di stagioni nelle stagioni che si chiamano TeatroDanza, FestivalCastello, Nell’intima dimora, Azzurro, BariArt.


Musica colta e popolare, lirica, danza classica e modern-dance, teatro di prosa, teatro di figura, jazz, musical, concertismo, recitals, teatro di ricerca: in una parola, il Petruzzelli degli anni Ottanta si qualifica e si impone a livello nazionale esportando addirittura, per la prima volta nella sua storia, spettacoli di qualità sui palcoscenici norvegesi, spagnoli, americani, australiani.
Il culmine è segnato dalla ambiziosa operazione di rappresentare nel 1987 l’Aida sotto le piramidi di Gyza, al Cairo. Ma tutto muore, all’improvviso come già detto all’inizio, in una uggiosa notte dell’ottobre del 1991.


Mandanti tuttora ignoti a ben quattro gradi di clamorosi e scioccanti processi che, ovviamente, traumatizzano Bari e la Puglia, incendiano dolosamente e distruggono totalmente e per sempre la sala di un bel teatro liberty, uno dei più imponenti politeama storici italiani.
Non solo. Distruggono anche un sogno che aveva accomunato, in quel periodo così felice, una se non due generazioni di giovani interpreti e protagonisti della scena, oltre che un pubblico vastissimo che accorreva persino da altre regioni italiane ad assistere agli spettacoli di quel Petruzzelli.


Non si contano i nomi dello star-system dello spettacolo internazionale che passano dal palcoscenico del Petruzzelli in quegli anni felici e fortunati: Luciano Pavarotti, Liza Minnelli, Placido Domingo, Josè Carreras, Grance Bumbry, Raina Kabaiwanska, Roland Petit, Maurice Bèjart, Jerry Lewis, Lorin Maazel, Rostropovich, Muti, Sinopoli, Ronconi, Strelher, Lindasy Kemp, Frank Sinatra, Dizzy Gillespie, Gerry Mulligan, Carmelo Bene, Eduardo De Filippo, Luciana Svignano etc. etc.


La storia recente degli ultimi sette anni del teatro barese, è cosa forse nota ai più. Dopo un colpevole abbandono da parte dei legittimi proprietari privati che nulla fanno o vogliono fare (o sono in grado di fare) a favore di una sollecita ricostruzione a loro spese, così come imponeva loro la convenzione del 1903 firmata dai due mitici fratelli e il Comune; ora, rompendo gli indugi e il lassismo, un consorzio tra gli enti locali territoriali (Comune e Provincia di Bari, Regione Puglia) mette mano ai lavori di ricostruzione.


Tra mille beghe, fughe in avanti e precipitosi ritorni, fiumi di danaro pubblico essi permettono la ricostruzione del teatro dei baresi secondo la formula dove era e come era.
Dopo mesi di intenso lavoro, il teatro è pronto per tornare a nuova vita. Tutto sembra ok per la riapertura, dopo lunghissimi diciotto anni. Ma tutto, ancora una volta, torna a scadere nelle incongruenze di una italietta provinciale becera e ritardataria.


Tanto per cambiare, i protagonisti sono gli stessi eredi proprietari, i quali prima impugnano un provvedimento di esproprio emanato dallo Stato italiano (secondo una prassi ed una normativa, come detto, che invece aveva fatto diventare proprietà pubblica tutti i maggiori teatri storici italiani, sulla base di un ovvio e congruo indennizzo); e poi pilotano il rinvio sine die della sua riapertura se non prima di chiarire i nodi, oramai secolari, dell’eterna questione:
è il teatro dei Petruzzelli un teatro privato, oppure è esso diventato, sul campo e per merito d’altri, un teatro della collettività?



A questa chiarificatrice e si spera definitiva risposta, è stato chiamato a rispondere il ministro della cultura dello stato italiano. Si chiama Alfredo Bondi (di Forza Italia, ndr), e, si dice, è un poeta tardocrepuscolare che si diletta con sue poesiole gentili e delicate. Basterà una vena poetica a scardinare interessi molto poco poetici anzi che no. Staremo a vedere.


Per intanto, il nuovo gran Petruzzelli degli anni 2000, sta ancora lì, al centro di Bari, tra corso Cavour e largo alla Marina, guarda il mare e la sua città, mentre aspetta il segnale di ‘buio in sala’. Perchè, come vuole detta la legge non scritta del palcoscenico, lo spettacolo deve incominciare!


*Pierfranco MOLITERNI
(docente di Storia della Musica Moderna e Contemporanea – Università di Bari)

 

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