Ma il mio corpo appartiene allo Stato?

M. Cristina Rinaldi


Giovedì 26 marzo 2009: è la data infausta in cui il Senato ha dato il via libera al ddl Calabrò sul biotestamento (“Un testo più da Stato etico che laico”, ha dichiarato persino Gianfranco Fini).
Il testo stabilisce che la volontà espressa per iscritto non sarà vincolante per il medico e proibisce la rinuncia all’alimentazione artificiale. Dunque si affida ai medici la responsabilità di applicare o non applicare la Dichiarazione anticipata di trattamento (Dat), non si sa sulla base di quali criteri.
Esattamente il contrario di quanto accade per esempio in Gran Bretagna, dove è allo studio una norma che prevede la radiazione dall’albo del medico che non dovesse rispettare la volontà del paziente. Invece in Italia i medici – ciascuno con le sue posizioni etiche e morali, le sue convinzioni religiose, il suo rigore deontologico – si trovano investiti del potere di violare la volontà del paziente.
E’ una legge che considero antidemocratica, che limita la libertà costituzionale dei cittadini (vedi l’art. 32 della nostra Carta), calpestando il diritto di decidere della nostra vita, una legge crudele e antistorica, una legge “contro il testamento biologico” come ha dichiarato sconfortato Umberto Veronesi, che lancia un vero e proprio appello agli italiani:

“Scrivete, egli dice, il vostro testamento biologico prima che questa legge che lo vanifica entri in vigore. Depositatelo dal medico o da un avvocato o da un notaio, nominando un fiduciario. All’occorrenza, un buon magistrato potrà farlo valere. E i medici, com’è loro dovere deontologico, potrebbero decidere di dar seguito alla volontà del paziente. Io l’ho fatto. Avrà un senso se lo faremo in tanti”.

Ma il dato su cui voglio puntare l’attenzione è anche un altro: la maggioranza di destra ha completamente blindato il testo, non accettando gli emendamenti (nemmeno quelli più timidi…) proposti dalle forze di opposizione!

Per anni si è discusso in commissione, si sono pubblicati articoli, abbiamo partecipato a dibattiti accesi su una delle materie più gelosamente riservate a ogni individuo, la vita, la morte e la salute. Tutto questo non è servito a niente: la destra di governo si è chiusa opportunisticamente nel suo fortino, in buona (?) compagnia con le alte gerarchie vaticane, che alla vigilia del voto avevano posto condizioni ultimative.
Stiamo forse andando verso quella che Cavour chiamava “una dittatura parlamentare”? Se infatti la maggioranza si chiude in modo autarchico sulle proprie posizioni, ignorando gli appelli provenienti dalla società e quelli dei parlamentari che la rappresentano, allora il Parlamento – umiliato – perde gran parte della sua funzione.
L’Italia ha bisogno invece di una (buona) legge sul testamento biologico e contro l’accanimento terapeutico che riconosca ad ogni persona il diritto di indicare le cure e i trattamenti che ritiene accettabili per se stesso, nel caso in cui un giorno, per un incidente o una grave malattia, diventasse incapace di intendere e di volere. Poter chiedere, quindi, ai medici di sospendere o non attivare procedure e terapie (pensiamo ad esempio al respiratore meccanico o all’alimentazione artificiale con un tubicino inserito chirurgicamente nello stomaco) che non si considerano appropriate e sopportabili.
E’ un diritto che oggi ogni paziente cosciente già esercita attraverso il meccanismo del consenso informato, obbligatorio per legge, e che permette di poter rifiutare trattamenti o cure a cui non ci si vuole sottoporre.

Confessodi essere spaventata all’idea di non poter esprimere la mia volontà, di essere obbligata ad una condizione di vita completamente nelle mani di altri, una condizione in cui persone estranee si debbano prendere cura del mio corpo, di cui sono molto gelosa: bucarmi alla ricerca di sangue per analisi ormai inutili, infilarmi un tubo in bocca per farmi respirare, iniettare nelle vene farmaci per tenere su la pressione, inserirmi sonde e cateteri per eliminare le mie scorie. Scusate la crudezza della descrizione, ma è quello che avviene ogni giorno nelle stanze di ospedali o di civili abitazioni, dove la sofferenza è di casa.
Sono atterrita all’idea di ritrovarmi incapace di intendere e di volere, affidata completamente non alla volontà di una persona cara, in cui ho fiducia, ma di un medico (un estraneo) che deciderà – come un dio? – della mia vita o della mia morte.

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