La responsabilità di scegliere “come” morire

Davide Romano*


Il disegno di legge sul testamento biologico licenziato dal senato lo scorso 26 marzo è sbagliato e incoerente.

 


Sbagliato perchè nasce da una presunzione antica: quella secondo la quale il soggetto (cioè la persona) non è in grado da solo di assumere decisioni morali eticamente corrette. Neanche quando gli effetti di queste decisioni ricadono unicamente sulla propria persona.


La modernità, che pure ha fatto emergere l’individuo come artefice del proprio destino, ha contemporaneamente ritenuto inaffidabile la prospettiva di un’autonomia del soggetto morale che si fondasse su qualcosa di diverso dell’osservanza di determinati principi sanciti da un’autorità che pretende di parlare per tutti. Se la logica è questa, allora, l’individuo non può decidere cosa è bene per sè ma deve sempre adeguarsi ad un principio sancito da un organo deputato a farlo; magari perchè rappresentativo della collettività: lo stato, o rappresentativo della tradizione: la chiesa.

 


Il governo di destra, con il pungolo e il plauso della chiesa Cattolica-romana, interpreta fedelmente questo schema di pensiero. Si afferma, nel disegno di legge, che la vita è un diritto indisponibile ed inviolabile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza ecc., ma questa espressione, per molti versi condivisibile, risulta essere ambigua se surrettiziamente si omette l’aggettivo possessivo (mia).

Qui non si parla solo della vita umana in generale ma, ad un certo punto (precisamente all’articolo 3) si parla della “mia” vita. In che senso dunque la mia vita è indisponibile a me stesso mentre su di essa può legiferare il parlamento?

 


Certamente non arriverò a dire che ciascuno è padrone della propria vita! L’affermazione, detta così, è a mio avviso inutilmente radicale. Rimango convinto, come cristiano, che la vita è un dono. Ma questo dono, prezioso, immeritato per definizione, mi viene comunque affidato, dunque è nella mia disponibilità, mentre è indisponibile a tutti gli altri, compreso lo stato; quest’ultimo può, tuttavia, arrivare a disporne (come quando ad esempio mi manda in guerra) ma solo in casi del tutto eccezionali dove è in gioco l’esistenza in vita dell’intera collettività.


Alla domanda successiva che potrebbe più o meno essere così formulata: posso dunque disporre di me totalmente? Ad esempio, posso darmi la morte?


A tale domanda, per quanto complessa, risponderei tendenzialmente così: non posso decidere del “quando morire”, così come non ho deciso del “quando nascere”; credo invece che mi sia consentito decidere del “come morire”, almeno in quei casi in cui che la vita, disgraziatamente, ce ne dà la possibilità.


Nel testamento biologico, a ben vedere, io non dispongo il “quando” morire, ma il “come”; e questo mi deve essere consentito senza alcuna interferenza esterna.

Se le mie disposizioni sul “come” morire, cioè senza inutili sondini naso-gastrici e operazioni consimili che non risolvono ormai la mia condizione permanente, determinano anche il “quando”, accelerando cioè il sopraggiungere della morte, allora così sia. Almeno che uno non disponga diversamente nel proprio testamento biologico.


Qui vengo alla palese e grottesca incoerenza del DDL licenziato dal senato, il quale afferma di voler tutelare la dignità della persona in via prioritaria al disopra dell’interesse della società e alle applicazioni della tecnologia e della scienza. Ma il DDL fa manifestamente il contrario. Poichè stabilisce con una legge quale condizione debba essere dignitosa per il mio vivere e mi impedisce di sottrarre il mio corpo alla tecnologia medica invasiva anche quando, ormai, il termine della vita si approssima oltre ogni ragionevole dubbio.


Nessuno può decidere meglio di me, nel pieno delle mie facoltà di intendere e di volere, come sia dignitoso per me vivere o andarmene, quando sia utile per me un sostegno vitale e quando no. Il parere del medico naturalmente è molto importante, i miei cari se ne avvarranno, ma non può essere vincolante più del mio.


Nel testamento biologico dunque ciascuno dovrebbe poter, in anticipo, dichiarare come vuole conservare la propria dignità, di fronte alla scienza medica e di fronte a chiunque altro, qualora si verificasse la circostanza disgraziata di una malattia o di un incidente che riducesse la vita ad una esistenza larvale, vegetativa.


Che i paladini della dignità umana e della sacralità della vita non comprendano neanche la necessità di questo spazio intimo inderogabilmente disponibile solo al soggetto stesso e, casomai, ai suoi cari, è un arcano. O malafede paludata di religiosità.

*Davide Romano
Pastore della Chiesa Avventista del 7° giorno di Bari

 

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