Petruzzelli, lo sfregio

Intervento di Antonio V. Gelormini

La rabbia e l’invidia accecano o, nella migliore delle ipotesi, annebbiano vistosamente il tasso di razionalità nelle reazioni individuali. Fare buon viso a cattivo gioco è una dissimulazione da adulti maturi. E allora, come spesso accade quando si percepisce l’impotenza della resistenza, il colpo di mano, l’invettiva e lo sfregio liberatorio, diventano espressione stizzita di una resa aborrita ed insopportabile.
L’ultimo e inutile insulto gridato al termine di una contesa irrimediabilmente persa.

 

Non si riesce a spiegare altrimenti la nota stonata di un evento corale, come l’anelata riapertura del Teatro Petruzzelli, riservata prima di ogni altro ai soli rappresentanti delle Istituzioni, ai loro ospiti e ai loro parenti. Una sorta di serata riservata a quella che un tempo era definita “la corte”, dato che le massime espressioni delle autorità istituzionali nazionali, europee, nonchè culturali in genere, saranno rigorosamente assenti.

 

Una schiera cortigiana di attori non protagonisti del melodramma cittadino senza fine che, nella classica accezione “rigolettiana”, si è dimostrata in gran parte incapace di influire sulle sue controverse vicende, all’indomani del rogo maledetto. Pronta a sfilare tra le nuove poltrone in platea e affacciarsi dai palchi riservati, nonostante per lungo tempo, in questi interminabili diciotto anni, abbia mantenuto una distanza di sicurezza dai fumi del disastro e dalle spire del contenzioso con gli eredi proprietari. Rendendo vano e mortificando ripetutamente ogni tentativo di avvio della ricostruzione. Ma soprattutto, privando un’intera generazione di adolescenti, baresi e pugliesi, di un tale scrigno d’offerta culturale.

 

Un’ennesima occasione di buon senso non colta. L’ennesima prepotenza, che si fa beffa di una cittadinanza fin troppo paziente, meritevole di autentico rispetto e infinita riconoscenza. Dopo anni di rinvii, esitazioni, battaglie processuali, lavori a rilento, rivendicazioni proprietarie parcellizzate, furbesche omissioni, accordi disinvolti e generosi, espropri coraggiosi, sentenze riparatrici e bizantinismi destinati a sopravvivere.
Oggi, quello che conta è che il Petruzzelli finalmente riapre.

 

Il costume di scena è lo stesso, ma sotto la maschera l’attore è cambiato. Il politeama d’inizio Novecento di Onofrio e Antonio Petruzzelli, purtroppo, non c’è più. E’ andato in fumo tra le fiamme angoscianti di una tragica notte d’ottobre. Questo è un altro Teatro. Un teatro da terzo millennio, che guarda al futuro e si appresta a muoversi in contesti e ritmi decisamente più contemporanei. Nella ricostruzione di questo Teatro ci sono i soldi, le ambizioni e lo spirito civico dei cittadini italiani. In questo Teatro la famiglia erede non c’ha messo una lira prima, tantomeno degli euro poi.

 

Mentre scrivo, dalla finestra aperta, arrivano gli echi delle note dell’inno di Mameli e di quello alla Gioia di Ludwig Van Beethoven, che il coro sta provando all’interno del teatro. L’emozione comincia a prendere forma e consistenza. La riapertura di quel sipario, orfano dell’arazzo di Raffeale Armenise, disvelerà la ricomposizione di una ferità lunga diciotto anni.

Da oggi il Petruzzelli, restituito a nuova vita, sarà monumento dinamico, sonoro e cromatico alla tenacia, alla pervicace pazienza e al fiero orgoglio popolare dell’intera città di Bari.

« Torna indietro