I diritti delle donne sono diritti umani

Carlo Paolini


Nel secolo scorso la partecipazione delle donne alle diverse realtà della società italiana (da quella del mondo lavoro e delle professioni a quella politica) è uno dei fenomeni più rilevanti del cambiamento sociale. Non dimentichiamo com’è storicamente vicino il tempo in cui la metà dell’universo non poteva esercitare nemmeno il diritto di voto e che moltissime professioni erano totalmente chiuse, vietate, al mondo delle donne.

 

 

Il percorso di liberazione è stato lungo, difficile ed accidentato ed è oggi ben lontano dall’essere concluso: le donne infatti fanno fatica a farsi spazio e ad occupare ? soprattutto in alcuni settori – posizioni di un certo rilievo: penso al mondo della politica e a quello della rappresentanza istituzionale.

 

Quando il 18 maggio 1996 le ministre di diversi Stati membri dell’Unione Europea, in occasione del vertice europeo “Le donne per il rinnovamento della politica e della società”, adottarono un documento denominato Carta di Roma, (vedi nella sezione Documenti)denunciavano con chiarezza l’esistenza di un deficit di democrazia, radiografavano una condizione sociale caratterizzata da profonde disuguaglianze.
Il loro appello per il rinnovamento della politica e della società attraverso il riconoscimento dell’uguaglianza fra donne e uomini come priorità dell’Unione Europea ed azioni, necessarie e concrete, a tutti i livelli era teso alla promozione della partecipazione egualitaria di donne e uomini ai processi decisionali in tutte le sfere della società.

 

In tale ottica giova ricordare la “IV conferenza mondiale delle donne” di Pechino del settembre 1995 (nella sezione Documenti)) che approvò una dichiarazione in cui i movimenti di tutto il mondo affermarono l’esigenza di “guardare il mondo con occhi di donna”, proclamando che “i diritti delle donne sono diritti umani”. è da quella conferenza che parole? come “punto di vista di genere”, “empowerment”, “mainstreaming”, sono entrate nel dibattito femminista e politico in genere.

 

Storicamente è importante ricordare anche il trattato di Amsterdam che modificò il trattato sull’Unione europea e l’istituzione delle comunità europee, firmato il 2 0ttobre del 1997 dall’allora 15 paesi membri dell’Unione europea, entrato in vigore il 1 maggio del 1999: qui sono state accolte le indicazioni e gli impegni sopra indicati (vedi art. 2-3 -13 -118 -119).

Oggi la questione delle pari opportunità tra donne e uomini è ancora aperta: basta guardare alla composizione dei nostri Consigli comunali (a Bari la presenza delle donne è al 6,5%, al di sotto della già bassa media nazionale, che è intorno al 10%), alla composizione delle Giunte e alle nomine nei Consigli di amministrazione.

Il nostro Paese si colloca da molti anni agli ultimi posti tra quelli europei e le democrazie consolidate nel mondo.
Non possiamo quindi affermare che la nostra è una democrazia compiuta, quando la maggioranza della popolazione ha una rappresentanza minimale nella politica e nelle Istituzioni. E’ una democrazia limitata anche alla luce dell’art. 3 della nostra Costituzione, limitata nonostante la promulgazione nell’anno 2003 della legge che modifica l’art. 51 della Costituzione, autorizzando i provvedimenti che promuovono le pari opportunità tra donne e uomini nelle cariche elettive e negli uffici pubblici.

 

Tanti si chiedono perchè le donne non partecipano alla vita politica ovvero perchè nelle donne stesse si manifesta con forza una disaffezione profonda proprio verso gli ambienti in cui si esercita il potere decisionale.

Provo a dare una prima risposta: la politica è oggi un territorio riservato agli uomini perchè pratica modelli di forza, arrivando a teorizzare l’intervento armato per portare la pace! Un fucile che spara ed uccide che viene spacciato come strumento di pace: un’aberrazione! Il mondo della politica è una giungla, in cui si calpesta politicamente l’altro utilizzando strumenti utili non alla partecipazione e alla condivisione ma alla sopraffazione dell’avversario.
In questa ottica la percezione della donna è quella di un soggetto debole, è la riproduzione di una serie di stereotipi che, ahimè, coinvolge talvolta anche talune espressioni femminili e delle generazioni più giovani.

E allora mi chiedo: perchè nelle realtà territoriali non vengono promosse azioni concrete che favoriscano l’accesso delle donne alle Amministrazioni? Perchè non si rivoluzionano i tempi della città? Perchè la politica stessa utilizza tempi che scoraggiano la partecipazione delle donne?

 

Eppure le donne partecipano moltissimo nel volontariato e nelle diverse espressioni dell’associazionismo politico, non partitico. Nella mia personale esperienza dei ‘girotondi’ ho trovato più donne che uomini, come ho riscontrato la massiccia partecipazione femminile alle manifestazioni politiche per la pace, per lo stato sociale, per la libertà d’informazione, contro le mafie, ecc.

Dunque le donne sono protagoniste attive e numerose nell’impegno nella società civile e nella cittadinanza attiva. Sono una sparuta minoranza invece nel governo della società e la loro assenza però rende incompiuta la nostra democrazia.

Ma io non sono pessimista, ci sono secondo me tutte le condizioni perchè si possa cominciare a cambiare la situazione: è necessario attivare però tutti gli strumenti della democrazia partecipata.
Cominciamo ad esempio a prescrivere alle Amministrazioni locali la redazione di un bilancio partecipato, quello che risponde ai reali bisogni fatti emergere dalla partecipazione e dalla condivisione. è il bilancio partecipato l’origine del bilancio sociale e del bilancio di genere: sono le sue ricadute sul tessuto sociale della città che possono farci affermare che si è lavorato per le pari opportunità senza distinzioni di sesso, di religione, di razza, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Cominciamo ad esempio ad ascoltare le richieste e le proposte che ci vengono dalle donne, singole ed associate, proviamo ad istituire una Consulta comunale delle donne in cui tutte le delibere comunali vengano radiografate per verificare se rispondono ad un’ottica di genere.
La Consulta può contribuire a realizzare la costruzione di una rete con le donne elette del territorio comunale, provinciale e regionale, con le Commissioni delle pari opportunità, con le associazioni presenti nel territorio, finalizzata alla promozione di una cultura di genere, allo scambio di esperienze, alla definizione di strumenti e all’elaborazione di un piano comune di azioni.

Sono soltanto alcune idee, che porto come contributo personale, se ne possono aggiungere altre da inserire in un quadro coerente. Ma è indispensabile un profondo cambiamento culturale in grado di mutare la logica del potere.

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