La serietà del Crocifisso

Davide Romano pastore della chiesa Cristiana Avventista del 7° giorno di Bari


Cari amici dell’ARCA,
ogni volta che un simbolo religioso diventa il simbolo di una società, di una cultura, di un’identità nazionale o sovranazionale finisce inevitabilmente per essere snaturato e per giocare in seno a quella società un ruolo quantomeno ambiguo.

Certo, una società ha bisogno dei suoi simboli ma deve selezionarli, diciamo così, con somma prudenza e con un alto grado di consapevolezza critica.

Che la società italiana, non da sola ma particolarmente, si senta nella sua maggioranza tradizionalmente legata al simbolo del crocifisso, anche come connotato del suo imprinting cristiano, e più diffusamente cattolico-romano, è un fatto perfino ovvio da sottolineare. Bisogna tuttavia che la medesima società si interroghi sui significati profondi che quel simbolo originariamente condensa!

Possiamo brevemente elencarne alcuni.

Se il crocifisso raffigura Gesù Cristo, il figlio di Dio, il Signore, che manifestò l’amore del Padre indistintamente verso tutte le donne e gli uomini del mondo fino a morirne, allora una società che volesse forzosamente pregiarsi e fregiarsi di tale simbolo dovrebbe, non solo idealmente ma nei fatti, accogliere e amare – costi quel che costi – tutti gli uomini e le donne che con essa vengono a contatto.

Se il crocifisso raffigura Gesù Cristo, un innocente condannato a morte dal potere politico romano in accordo e su istigazione del potere religioso giudaico, allora bisogna ricordarsi che ogni volta che il potere politico (anche in una moderna democrazia) e il potere religioso lavorano di concerto, nella peggiore delle ipotesi ci scappa il morto; nell’ipotesi più benevola e forse più moderna la chiesa cristiana diventa utile paravento del potere politico e ridicola caricatura di se stessa.

E ancora, se il crocifisso, stilizzato in abete e appeso alle pareti, raffigura Gesù di Nazareth, colui che si incarnò non in un sacerdote del tempo o in uno scriba ma nel figlio di un carpentiere cioè in una figura laicissima dell’epoca, allora bisogna riconoscere che egli scelse non la strada dell’esibizione pubblica, sfrontata, tesa ad attirare su di sè l’ammirata e timorosa attenzione di tutti ma scelse la strada del servizio amorevole e compassionevole all’umanità sofferente. Rifiutò addirittura ogni prematura attribuzione del titolo di messia, da parte di coloro che erano stati da lui guariti, per evitare inutili e dannosi fraintendimenti della sua persona e della sua missione. Questo è il senso del cosiddetto “segreto messianico” nel Vangelo di Marco.
Gesù di Nazareth cioè non impose la sua presenza e la sua missione ma la offrì al riconoscimento, spesso tardivo, dell’umanità che andava incontrando e liberando.

Capite dunque quale responsabilità comporti richiamarsi, seriamente, al crocifisso?
Capite dunque come tutto questo c’entri poco o nulla con la croce come simbolo identitario di una nazione e di una società da ostendere indistintamente su tutti?

Ora, che “Costantino” sia ancora oggi ansioso di far dipingere le croci perfino sugli scudi dei soldati, (passatemi la metafora storica, per non parlare dei tribunali, delle aule scolastiche, degli uffici comunali ecc.) è un fatto comprensibile: il potere politico ha da sempre bisogno di trovare legittimazione nella religione e fare di quest’ultima un utile strumento di omologazione delle masse, per poi avere le mani libere sul resto.
Ma che la Chiesa cristiana non si accorga, ancora oggi, del vistoso tranello, e, anzichè custodire gelosamente la sua fede nel crocifisso risorto,?accetti di affidarne la difesa ope legis a tutti i pagani della storia pur di beneficiare di un vacuo ritorno di immagine, questo è davvero incomprensibile.

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