IL DISTACCO

Un intervento di Antonio V. Gelormini.


La notizia.
La frana di Montaguto taglia di netto la tratta ferroviaria tra la Puglia e Roma: la regione è isolata dalla capitale.


Tenere alla larga la Puglia dalla Campania.
E magari allontanarla, se possibile, sempre un po’ di più dal resto dello Stivale, assecondandone con noncuranza una sorta di balcanizzazione orografica naturale. Sembra essere questo l’imperativo tacito che, da qualche tempo, si è fatto largo nel sentire comune di un’azione governativa confusa, distratta e per molti aspetti alquanto evanescente.


Tenere la Puglia in una sorta di limbo federalista. Dovesse mai estendersi oltreconfine quella strana atmosfera di controtendenza, mista ad orgoglio e autonomia decisionale, che ha fatto di quel modello amministrativo regionale una fastidiosa spina nel fianco della mediocrità omologata a un asfittico e accidioso clichè nazionale.


Per questo sorprende poco, ma preoccupa moltissimo, la manifesta impotenza del “governo del fare” nei confronti della frana di Montaguto. Una calamità improvvisa nelle sua odierna tangibile manifestazione, ma ampiamente e lungamente prevista, nella secolare inadeguatezza di misure adoperate per contenerne effetti a catena e disastri locali.


Mentre la frana più attiva d’Europa avanza, inclemente e minacciosa, di oltre quattro metri al giorno, è imbarazzante e sconcertante il crescendo di pressapochismo, menefreghismo e arrogante dilettantismo esibito dai vari protagonisti di questa surreale e tragica vicenda.


Da un lato il Governo, che da un mese dà l’impressione di non sapere che pesci prendere, e che da un pezzo avrebbe dovuto mobilitare esercito, protezione civile e commissari straordinari, per evitare la frattura di fatto della Puglia dalla dorsale tirrenica e dai vitali collegamenti con Napoli e Roma. E magari sbloccare una volta per tutte quelle benedette risorse dei fondi Fas sia pugliesi che campani.


Dall’altro Trenitalia che, sull’altare dei tecnicismi aziendali, sta gestendo con insopportabile leggerezza i disagi inflitti ai propri passeggeri, contravvenendo ad ogni elementare principio della cosiddetta customer satisfaction.


Trattandoli non già come utenti o clienti, bensì come un vero e proprio parco bestiame. Davvero complicato prevedere un servizio sostitutivo di pullman sull’intera tratta verso Roma o Napoli, per rendere meno travagliato un viaggio di circa 300 Km., percepito come un girone infernale? Magari integrandolo con una maggiore offerta di voli da Bari, Brindisi e Foggia o di treni alternativi sulla tratta Taranto-Potenza-Salerno-Napoli? Ci gonfiamo per essere uno dei Paesi del G8, ma a guardare quanto “non sta succedendo” altro che terzo mondo!


C’è uno strano silenzio intorno a questa vicenda. A qualcuno è sfuggito che potrebbe essere un assaggio del rischio incombente sulle aree interessate dal tanto decantato “Ponte di Messina”. La fuga dall’argomento è imbarazzante e ne confermerebbe integralmente i timori.


E’ come una pena del contrappasso per il presidente Berlusconi, scopertosi improvvisamente più vulnerabile. Perchè è paradossale vivere una vita con la sindrome del tacco, per coltivare l’illusione di una prospettiva più alta, e ritrovarsi d’un tratto “vittima” della travolgente fatalità del Tacco d’Italia. Fonte ormai incessante di sofferenze, dispiaceri e delusioni. Ma se il Tacco cede e si sgretola, a risentirne non sarà solo il Cavaliere. E’ l’intero Paese che frana. Lassù al Nord, in Val Venosta, un altro tragico segnale ha appena presentato il conto di nove morti e 27 feriti.


Sarà il caso di darsi una dannata mossa?

« Torna indietro