Partono i “Mondiali al contrario” – Il Sudafrica in Italia ci insegna la rivolta

Sono in Italia fino al 30 maggio i leaders del movimento Abahlali BaseMjondolo che in lingua zulu significa “quelli che vivono nelle baraccopoli”, il più grande movimento di poveri del Sudafrica, che incontrerà associazioni e singoli cittadini per squarciare il velo della povertà e raccontare che cosa significhi la Coppa del mondo per i sudafricani più poveri, per parlare della loro lotta per terra, case, dignità e democrazia nel Sudafrica post-apartheid, e “ascoltare a loro volta il racconto di chi si ostina a immaginare un altro mondo”.

 

“Dovrei essere felice perchè i mondiali si giocheranno a casa mia e invece non posso esserlo perchè la Coppa esclude la maggioranza di noi”, racconta Philani, uno dei leaders del movimento della campagna dei ‘Mondiali al contrario’. Sì perchè i mondiali di calcio, ospitati in Sudafrica a giugno 2009, rischiano di nascondere le condizioni di milioni di poveri. In particolare dei baraccati, che vivono senza acqua e senza elettricità, in condizioni disumane e che numerose amministrazioni comunali hanno deciso di sfrattare per mostrare città accoglienti e pulite ai turisti in arrivo da tutto il mondo.

 

Arresti dei ragazzi di strada ed espulsione delle masse povere dal centro verso le periferie; i venditori ambulanti allontanati dalle zone vicino lo stadio; demolizioni di baracche a Durban decise dalla municipalità senza nessuna autorizzazione della corte locale e ancora violenze e attacchi armati contro la più grande baraccopoli della città, l’insediamento Kennedy Road, con più di settemila abitanti. Tutto per ripulire la città in vista dell’appuntamento che a giugno porterà in questi posti centinaia di tifosi da tutto il mondo.

 

I mondiali, visti dagli slum sudafricani, non sono affatto un fenomeno sportivo: migliaia di famiglie sfrattate perchè accusate di occupare spazi destinati alla costruzione di nuovi stadi o alla ristrutturazione di quelli vecchi. Un popolo di poveri spostati con la forza nei ‘transit camp’, veri campi di reclusione dalle condizioni di vita pessime.
Un esercito di invisibili, tenuti alla larga dagli stessi stadi per non ‘sporcare’ i racconti ufficiali di un paese su cui stanno per accendersi le luci dei riflettori di tutto il mondo.

 

Ma “i senza voce, in realtà, una voce ce l’hanno”: sono un soggetto pensante che non vuole più delegare la rappresentanza di alcuni suoi diritti fondamentali, come quello alla salute, al lavoro, ai servizi essenziali. Per scendere in campo e riprendersi la politica, non quella dei potenti, ma quella che viene chiamata »ipolitiki ephilayo«, la politica della vita; Abahlali infatti rifiuta di partecipare alla politica dei partiti e di delegare la propria lotta a qualche Ong. Come spiega un membro del movimento si tratta di “una politica fatta in casa, in modo che ognuno, ogni vecchia signora, ogni giovane, ogni padre di famiglia, riesca a capire. Certo chi non abita nelle baracche può venire e collaborare con noi? ma come servo e non come padrone”. In una frase: l’autogoverno dei poveri.

 

La partecipazione democratica è allo stesso tempo obiettivo e metodo di questo grande movimento sociale. La sua prima grande lotta è avviare un processo di democratizzazione delle numerose terre occupate, troppo spesso gestite da mafiosi locali. Nella »ipolitiki ephilayo« è l’esperienza di partecipazione concreta delle persone la cosa più importante. Non ci sono avanguardie a guidare la lotta, ma assemblee locali e i leaders, eletti da assemblee pubbliche e democratiche una volta all’anno, hanno solo il compito di facilitare la discussione e non quello di prendere decisioni.

 

Negli ultimi mesi Abahlali ha promosso molte manifestazioni e iniziative di protesta ovviamente represse con la violenza dalla polizia. Così è nata la grande campagna dei “Mondiali al contrario” lanciata dai missionari Comboniani di Castel Volturno e sostenuta dal settimanale Carta.?

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