Libia: le opposte ragioni della pace e della guerra.

M. Cristina Rinaldi

“Forse non ci sarà storia pacifica/ mai sulla terra e sulle stelle, ma/ questo è davvero motivo di tante/ lacrime: gli uomini parlano tanto/ ora di pace, ma nulla li avverte/ come la grande pace sia impossibile/ coi poveri pensieri di cui nutrono/ se stessi e il mondo…”.
Sono i versi del poeta pugliese Claudio Damiani, che mi sono tornati in mente in questi giorni di guerra.

Giorni in cui non riesco ad esprimere parola di fronte al precipitare delle operazioni belliche in cui anche l’Italia è coinvolta, pur dilaniata dalle solite divisioni, della maggioranza di governo e delle opposizioni. Sembra quasi che solo ora si scopra chi è il colonnello Gheddafi, il tiranno con cui tutti, chi più chi meno, sono scesi a patti, fornendogli armi e chiudendo tutti e due gli occhi di fronte ai massacri e alle violazioni continue dei diritti umani, che durano da decenni.

Chi oggi governa il mondo (non solo l’Italia) non ha la capacità di attivare in tempo utile i canali diplomatici (ci vogliono onestà,? sapienza e pazienza per negoziare), s’incontrano al G8 ma non riescono a trovare punti di incontro per risolvere i complessi problemi posti dalla globalizzazione selvaggia che sta facendo arricchire alcuni (pochi) e travolgendo molti altri.
La politica internazionale si dimostra da molti anni priva di una visione per il futuro di un mondo, che le sta sfuggendo di mano e che appare sempre più nebuloso ed oscuro. I popoli occidentali sono preda del timore di perdere i piccoli privilegi conquistati e il fragile benessere economico e chiude gli occhi di fronte al desiderio (talvolta disperato) di tanti (soprattutto giovani), che tentano di dare una sterzata allo loro storia, al loro “destino”, anche fuggendo dai loro paesi di origine, per riappropriarsi del diritto di sognare una nuova vita, diversa e più serena, una vita in cui siano riconosciuti e rispettati i loro diritti di esseri umani.

Possibile che tutti i conflitti si trasformino in guerre?

Certo che se a tutti i livelli non si fa altro che litigare e aggredirsi, è scontato che manchi poi la capacità di ascoltare e dialogare con gli altri, con chi non la pensa come noi, con chi è portatore di istanze diverse. Anche in questa crisi libica, le potenze occidentali si muovono in ordine sparso, ognuna per conto proprio. L’Italia – presa in contropiede dalla Francia – non sembra assolutamente preparata (come altre volte nella storia…) ad affrontare la situazione determinata dalle rivolte e rivoluzioni che stanno destabilizzando una larghissima fascia del territorio nordafricano,? “un’area enorme che si dibatte in una sua difficile, acerba emancipazione” – scrive Rossana Rossanda, impressionata dal fatto che “nessuno abbia voglia di offrire a questo popolo un aiuto”.

Ma di quale aiuto hanno bisogno i popoli che stanno lottando – a costo della loro sopravvivenza – per avere “pane e libertà”? E se “il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia” denuncia con forza Gino Strada, perchè non iniziare i preparativi per bombardare il Bahrein? “Che facciamo, si e ci chiede, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? (…) Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti?”. Ma “quando Israele attacca i palestinesi – constata sconsolato Giorgio Bocca – non si muove nessuno”. E – aggiunge Massimo Fini – perchè nessuno propone una “no fly zone” in Cecenia dove le armate russe dell’ “amico Putin” hanno consumato il più grande genocidio dell’era moderna: 250 mila morti su una popolazione di un milione?”

Domande terribili, che non mi lasciano indifferente e davanti alle quali non so che pesci prendere. Per questo, cerco di capire, leggo tra le righe, interrogo me stessa e poi… rimango muta e sconcertata. Che cosa posso pensare di una politica che passa dai baciamano ai cacciabombardieri?

Con la Libia, noi italiani dobbiamo stare attenti: 100 anni fa (era il 1911) siamo stati capaci di confinare 5000 libici nelle isole di Ustica, Ponza, Favignana e Tremiti senza che se ne sapesse più nulla, la nostra aviazione bombardò a tappeto città e villaggi, facendo uso di gas e di armi chimiche mortali. Nel 1932 l’Italia fascista deportò in campi di concentramento 100.000 libici dell’altopiano della Cirenaica nel deserto della Sirte, provocando la morte di 40.000 persone a causa della denutrizione, di malattie e? delle uccisioni indiscriminate. Le nostre truppe confiscarono i centri spirituali ed assistenziali, disseminarono il confine tra Libia ed Egitto di mine, causando morti e mutilazioni. Per non parlare di migliaia di partigiani libici impiccati solo per aver difeso la loro terra dal dominio straniero. Finalmente anche questa tragedia viene raccontata nei nostri libri di storia, altro che “Italiani, brava gente!”.

Forse, la “nostra” guerra contro la Libia l’abbiamo già persa comunque, insieme alla faccia…

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