L’imposizione del crocifisso di Stato

M. Cristina Rinaldi


Il crocifisso nelle aule delle nostre scuole pubbliche – secondo la sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo – non viola il diritto alla libertà di coscienza dei ragazzi e alla libertà di educazione dei genitori, perchè “è un simbolo essenzialmente passivo”, che non influisce realmente sulla personalità degli scolari, sui quali non ha alcun potere di indottrinamento.


E’ quindi un simbolo innocuo che non fa male a nessuno? Come quei ninnoli pendenti tanto di moda??


La sentenza è stata ovviamente applaudita dagli atei devoti del centro-destra e dalle gerarchie ecclesiastiche, accolta invece dal silenzio di tutti gli altri (dal Pd di Bersani a SeL di Vendola).


Io invece voglio esprimere il mio dissenso e chiedermi: che significa “simbolo passivo”? E una svastica in classe, per esempio, sarebbe un simbolo attivo o passivo? E la mezzaluna dei credenti musulmani?
Come si fa a distinguere un simbolo “attivo” da uno “passivo”? Dubito che qualcuno riesca a fornirmi una risposta convincente.


Secondo me invece lo spazio pubblico (tribunali, ospedali, scuole, istituzioni) dovrebbe essere libero da simboli religiosi o politici di parte, a favore di simboli comuni a tutti i cittadini (la bandiera, l’inno nazionale e la figura del Presidente della Repubblica).
Spazio pubblico significa infatti di tutti, uno spazio plurale per definizione, esattamente il contrario di ciò che propone la Lega Nord: rendere il crocifisso obbligatorio in tutti gli uffici pubblici della Regione Lombardia (in attesa del Sole delle Alpi?).


Non capisco bene (se non per meri calcoli di tornaconto politico) la soddisfazione espressa dalle gerarchie vaticane, di fronte ad una sentenza che tende a svuotare di fatto il significato del messaggio sacro e il suo valore (per i credenti cristiani), veicolato dal crocifisso.
Ha ancora un senso l’imperativo evangelico “Date a Cesare quello che è di Cesare e date a Dio quello che è di Dio”?


Il silenzio tombale di tutti gli altri, mi riferisco ai partiti dell’opposizione, mi sconforta ma ormai non più di tanto, da loro ormai non mi aspetto più nulla, anzi mi aspetto il peggio, se è vero (come è vero, purtroppo) che il presidente del Consiglio della Regione Puglia (di centro-sinistra), Onofrio Introna, ha annunciato – travolto da un eccesso di zelo – l’acquisto di icone di San Pio e San Nicola, nonchè di crocifissi, da esporre negli uffici pubblici della stessa regione che ne facessero richiesta, appaltando quindi lo spazio pubblico della “mia” (sic!) regione ad una confessione religiosa, sia pur maggioritaria.

Mi sembra quasi incredibile, non bastava il crocifisso, adesso anche le icone dei santi… S. Pio, S. Nicola e perchè no anche l’icona della Madonna? Per par condicio almeno, no? Tre uomini (Gesù Cristo e due santi) e almeno una donna, secondo la filosofia delle quote rosa! Scusate il sarcasmo, ma sono indignata!


E’ vero che sono numerosi i cattolici italiani che credono nella laicità delle istituzioni dello Stato, in cui tutti i cittadini possano riconoscersi, ma a giudicare dai fatti oggi contano ben poco. Povera Italia, nata fieramente laica nel 1861 (e tanto celebrata oggi) e finita clericale nel 1929, quando la croce fu imposta (non più soltanto nelle scuole elementari) accanto al ritratto del re e a quello del duce. Siamo dunque ancora fermi a Mussolini?


Non mi resta che consolarmi con una citazione (bellissima!) di Eleanor Roosevelt, First Lady of the World, come fu chiamata in onore dei suoi sforzi per la difesa dei diritti umani:
“Dove nascono, in fin dei conti, i diritti umani universali?”

In posti piccoli, vicino casa. In posti così piccoli e vicini che non possono essere visti in nessuna mappa. Eppure questi luoghi sono il mondo dell’individuo: il quartiere in cui vive, la scuola o l’università che frequenta, la fabbrica o l’ufficio in cui lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cerca la parità senza discriminazioni nella giustizia, nelle opportunità e nella dignità. Se questi diritti non hanno significato là, significano poco ovunque e se non sono applicati vicino casa non lo saranno nemmeno nel resto del mondo.”


Era il 1958, 53 anni fa. Che altro aggiungere?

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