A Dukagjin, dove tutto sta!

Michele Cecere ci racconta (con testo e immagini) la sua “vacanza” albanese.

Venti anni fa, mentre mi accingevo a scoprire le favelas brasiliane, leggevo lo scritto di un missionario che era lì da un po’ di anni, il senso era più o meno questo: “Se vai in Brasile una settimana, scrivi un libro; se ci resti un mese, scrivi un articolo; se invece ci resti un anno o più, non scrivi più nulla!”

La premessa vale per una realtà enorme e complessa come il Brasile, ma anche nell’accingermi a raccontare la mia ultima esperienza di viaggio vissuta nella piccola realtà dell’Albania interna e sperduta, non posso evitare di invocare la clemenza del lettore se incorrerò nel peccato di presunzione. Anche perché sono ancora vive nelle mie orecchie le parole con cui Fra Antonio, il francescano animatore di questo “folle” progetto nelle montagne del Dukagjin, mi ha ammonito al terzo giorno della mia permanenza in questa valle: “Se sei qui da tre giorni e pensi di aver capito Dukagjin, forse è arrivato il tempo che tu vada ad Elbasan” (città albanese celebre per ospitare un noto manicomio!).

E allora eccole le mie impressioni ricavate da una sola settimana in quella che fu la regione culla del Kanun, il celebre e per certi versi tristemente noto codice che ha regolato la vita tra le tribù della valle, fino al punto di rendere legittima e obbligatoria la legge del taglione.

Parto da Bari la sera del 27 luglio verso un paese povero, proprio mentre il mondo guarda la cerimonia di apertura delle Olimpiadi nella ricca Londra. Da questo momento si spegne il cellulare e finisce il contatto col mio mondo quotidiano.
Al porto di Durazzo non ti accoglie più quella scena del passato, con i bambini rom che ti assalgono alla ricerca di qualche monetina, no, la nuova aerostazione è davvero moderna e accogliente, al posto dei rom oggi a farti la festa sono le belle signorine della Vodafone, coi loro stand a proporti la scheda telefonica più conveniente, naturalmente per essere sempre raggiungibile ovunque… Salto col mio gruppo di volontari e con un manipolo di scout sul primo pulmino che capita, destinazione Scutari, la strada è quasi un’autostrada, ma a Scutari si cambia, saliamo su un furgoncino tedesco alla volta del Dukagjin.
Ottanta chilometri di strade di montagna da percorrere in 4 ore su strade che definire dissestate è dire davvero nulla, i nostri occhi vedono paesaggi incontaminati, a me sembra di vedere il Pollino (massiccio tra Calabria e Basilicata) come doveva essere una cinquantina di anni fa, senza strade e con pochissime persone.

Quando, con lo stomaco al posto del fegato e la testa un po’ sbattuta, arrivo alla chiesa francescana, campo base di preti e laici che dal 2007 hanno deciso di far rivivere questo posto almeno nei mesi di luglio e agosto con una serie di attività educative e ricreative aperte a bimbi e adolescenti della valle, mi accoglie Andrea, uno dei primi a scommettere sul progetto, con la sua maglietta che dice tutto: “Dukagjin: qui tutto sta!”.
Bastano poche ore per capire il senso della frase. Nella chiesa convento dei francescani manca la luce (i cavi sono stati rubati qualche tempo fa, ma anche quando c’erano la corrente mancava spesso), dunque niente TV, né frigorifero, non puoi caricare il cellulare né le batterie della fotocamera. Non c’è acqua calda e se vuoi fare un bagno devi scendere al fiume e incrociare le dita, sperando che l’acqua non sia troppo fredda.

Eppure, già dopo un giorno trascorso lontano dalla nostra stressante “civiltà della comunicazione continua”, senza tv, telefoni e il solito bombardamento continuo di notizie, ti accorgi che comunque ci sei e che stai più che bene.
Eccolo il segreto delle tante Dukagjin del mondo: le cose essenziali per la vita sono molto meno di quelle che normalmente abbiamo e usiamo. La convivialità, la condivisione, fanno parte di quelle essenziali, vivere la vita di un gruppo, a partire dai turni per le pulizie e la cucina. Qui tutto è autogestito, la mattina è dedicata alle attività con i bambini che arrivano già prima delle 9 e alcuni di essi percorrono anche due ore di cammino per giungere dalle loro sperdute case di montagna. Perché tra queste valli ci sono non più di duemila persone in circa 400 case, una decina di microscopici villaggi e poi tante casette sparse tra i monti, in un territorio grande quanto mezza provincia di Bari. Lezioni di italiano e inglese condotte da volontari italiani e albanesi, poi una merenda e giochi vari: passano così allegramente le loro mattinate questi bimbi e ragazzi che solitamente sono in giro sui monti a fare i pastori sin da piccoli.

Alle 13 lasciano la zona del convento e i volontari consumano un rapido pranzo, per poi incamminarsi su quelle montagne alla ricerca delle case più lontane, quelle in cui abitano le persone più disgraziate della valle. E l’esperienza del volontario diventa allora un trekking puro in mezzo a paesaggi davvero incantevoli, con un pizzico di attenzione verso i burroni e le asperità dei sentieri. Se poi il volontario è un medico, ecco che la voce si sparge nella valle e giungono al convento persino di sera a chiedere aiuto, e il nostro dottore è pronto a farsi due ore di cammino, senza nemmeno aver cenato, per andare a visitare un bambino malato: visite ambulatoriali, ma anche a domicilio…e che domicili!

Un giorno a Piero, medico barese, è capitato di raggiungere una casa immersa negli animali di una modestissima fattoria: il ronzio delle centinaia di mosche che volavano nella stanza di un anziano asmatico è cosa difficile da raccontare. A me la scena ha ricordato quella di un documentario sulla Basilicata degli anni cinquanta. Ritorna il paragone con le terre del Pollino, dove sono pure dei paesi di origine albanese, ripopolati quasi seicento anni fa da uomini e donne fuggiti all’arrivo dei turchi.

Chi viene a dare una mano a Dukagjin deve farlo davvero nell’ottica francescana perché è dando che si riceve, ma non bisogna dare per ricevere, tanto dopo una settimana ci si accorge di essere un po’ più forti di prima. QUI TUTTO STA, ripete Fra Antonio, nonostante ovviamente qui manchino tante cose, ma serve a dire che occorre utilizzare al meglio ciò che si ha. Ad esempio la chiesa: dalle otto del mattino si prega per chi naturalmente lo desidera, poi dalle 9 diventa scuola di italiano e inglese, quando occorre luogo di proiezione di film (grazie ad un generatore di corrente), poi nel pomeriggio e a sera dormitorio, con le panche che si uniscono e i sacchi a pelo a rendere meno duro il sonno.

Ciao Dukagjin, terra di pochi dimenticati dal mondo, uomini e donne che qui siete nati e che qui, come il vecchio 84enne asmatico, volete continuare a vivere e poi morire. A voi cosa importa delle olimpiadi, della borsa e dello spread, voi che vivete in questa estate calda di cicale che cantano tutto il giorno per poi lasciare il campo ai grilli notturni, mentre lo scorrere del fiume è l’unico suono perenne della valle…

Torniamo a casa, al porto di Bari arriva un amico venuto a prenderci, gli chiedo cosa sia accaduto nella mia città, in Italia, nel mondo: nulla di particolare, mi dice. Ecco, ora sono davvero sicuro di averci solo guadagnato e di non essermi perso nulla, tranne tre chili di peso in sette giorni!

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