Idea cercasi per fermare il declino di una città di Carmela Formicola

di CARMELA FORMICOLA 

da LaGAZZETTAdelMEZZOGIORNO.it del 5 marzo 2013

Città dolente, perduta gente.
È Bari.

La bomba sociale ha cominciato a divampare: ai migliaia di disoccupati, di disperati, di donne e uomini affamati, l’ultimo soffio di polvere da sparo è l’annunciata chiusura della Bridgestone. Un migliaio di operai presto in mezzo alla strada. E le loro famiglie, ovvio. E quella zona industriale spettrale di capannoni in abbandono, di poche aziende al lavoro, di Chinatown ipertrofiche, che pure è metafora del declino. I giapponesi della Bridgestone che lasciano Bari ci mandano l’ennesima cartolina di una crisi sconfinata. Che non è solo la crisi economica che prende a morsi il mondo intero, è anche la crisi di un’identità e di un’appartenenza.

Cosa siamo, cosa stiamo diventando? Cosa vogliamo da noi stessi e dagli altri? Metafora per metafora, prendiamo in prestito quella grandissima agorà chiamata stadio San Nicola, l’astronave di Renzo Piano da 60mila posti dove nelle ultime domeniche si sono seduti 185 spettatori paganti. Già: potrebbe ospitare decine di migliaia di persone e invece la frequentano pochi intimi che assistono alle gesta del Bari calcio, società gloriosa ma oggi opaca e stinta. Sono stati i Matarrese a mettere in fuga i baresi dagli spalti, o i baresi non si emozionano più per nulla? Così anche lo stadio è vuoto, come la zona industriale, svuotata di operai e orizzonte. E vuote sono le strade. 

Un esempio? Via Argiro, pieno centro, chiusa al traffico per esaltarne la vocazione pedonale, bei negozi, bella gente. Certe mattine il silenzio è assordante. Come il suono metallico delle saracinesche abbassate in tutti i quartieri, negozi chiusi.

La crisi, la crisi.Non è un caso che anche le urne, non più tardi di una settimana fa, hanno spalancato la porta del dissenso e della delusione con quel voto ambiguo e un po’ schizofrenico che pure grida smarrimento. 
Una persona in crisi di indentità potrebbe andare da un buono psicanalista. E una città dove la mandi? Su quale lettino virtuale ci si potrebbe stendere per guarire da questo male invisibile? Già, ma qual è il male?
Se si chiamasse «indifferenza», la colpa sarebbe allora di quella borghesia inautentica che non ha mai cambiato pelle da Alberto Moravia al secolo nuovo. Ma il male potrebbe chiamarsi «cattiva gestione», e allora quella stessa borghesia o gli intellettuali o l’uomo comune o quell’esercito di disoccupati e disperati che abita la nostra penombra, dovrebbero stanare, interrogare, inchiodare una classe dirigente scaduta e ingorda. Ma il male è sottile, come certe tisi crudeli. 

E non si tratta di trovare terapie, ricette e decaloghi.

A Bari serve un’idea, un’emozione, una nuova stagione di felicità, perfino di orgoglio. Serve ricostruire un benessere, a cominciare da un lavoro e dalla dignità che il lavoro regala a ciascuno. Serve che i soldi in circolazione – perché i soldi ci sono, nonostante tutto – non restino nelle casseforti delle oligarchie o delle burocrazie (o, peggio, della criminalità), ma planino su progetti e cervelli.

Finito il tempo delle speculazioni, potrebbe venire il tempo delle occasioni.

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