Il valore della politica: idee per il governo della città che vogliamo.

Il testo del documento presentato il 26 ottbre alla sala Murat per aprire il confronto politico fra associazioni, movimenti e forze politiche in vista delle elezioni amministrative del 2014
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Il valore della politica:
idee per il governo della città che vogliamo
Sommario:
•    La citta metropolitana e il suo territorio   pag. 2
•    Ambiente                                                 pag. 3
•    Urbanistica                                              pag. 5
•    Il welfare                                                  pag. 7
•    La scuola pubblica                                  pag. 8
•    Politica culturale. Una proposta.             pag. 9
•    Il lavoro                                                    pag. 9

Premessa:
In questa fase del dibattito politico cittadino, teso a ridisegnare il quadro politico della coalizione di centro-sinistra per un rinnovato patto con la cittadinanza tutta, L’ARCA intende attivarsi nella continuità del suo impegno storico per realizzare strumenti di democrazia partecipata, utili a rafforzare il senso di appartenenza alla città nella condivisione delle scelte. È innegabile ed è sotto gli occhi di tutti che stiamo vivendo una stagione politica molto critica dove a fronte di una forte contrazione delle risorse pubbliche, determinate anche dal Patto di Stabilità, esiste una moltiplicazione notevole dei bisogni. Tale realtà impone alle Amministrazioni locali di mettere in moto processi nuovi in grado di vitalizzare e valorizzare le risorse territoriali.

La Città metropolitana e il suo Territorio 
(area metropolitana)
La connotazione di Bari come ‘città metropolitana’ impone una riconsiderazione globale della città, vista come “componente centrale” di un più vasto territorio – orografico, antropico, sociale, produttivo, urbanistico – composto da almeno una ventina di comuni (lo denominiamo ‘area metropolitana’ proprio per non confonderlo con la sola ‘città metropolitana’). A tal proposito, fermo restando valida la sua elaborazione, va rilevato che il Piano strategico ha messo in gioco un numero forse ‘esagerato’ di comuni. Numero che va ben oltre quello delle due corone ‘metropolitane’ formate da comuni limitrofi e strettamente contigui a Bari e tra loro. Su questo c’è da discutere. 
La ridefinizione dei confini dell’area metropolitana va vista in coerenza con criteri di funzionalità, innanzitutto di carattere geografico-spaziale e relazionale (intensità di rapporti, sociali, economici, abitativi, ecc. tra rispettive popolazioni).
In ogni caso, non si può continuare a parlare di Bari ‘città metropolitana’ e rimanere ancora chiusi in politiche amministrative che toccano ancora l’esclusivo territorio della città: dal 2005 ad oggi, purtroppo, non un passo è stato fatto verso l’iter per la nascita della città metropolitana secondo il percorso previsto dalla legge. 
Si è rinunciato di fatto al grande disegno riformatore della costruzione dell’area metropolitana e della città metropolitana con i suoi municipi. Non si tratta più di limitarsi a pensare a politiche d’intervento riguardanti, ad esempio, la riorganizzazione del proprio ‘limitato’ territorio cittadino, il miglioramento dell’offerta di propri servizi, fruibili, certo, anche da una fascia sempre più ampia di ‘pendolari’ dell’hinterland che si recano nella città per lavoro o per altro motivo (Università, Scuole, Uffici Pubblici e privati, Sanità, Trasporti, Commercio, Fiera del Levante), e così via. Si tratta, piuttosto, di pensare alla città metropolitana come a un complesso meccanismo di auto-governo di una più ampia conurbazione urbana (l’area metropolitana, appunto). Governo all’interno del quale, gerarchie, funzioni ed equilibri devono essere ri-costruiti attraverso un processo democratico, partecipato e concertato per occuparsi al meglio di sviluppo del territorio, di servizi da offrire a tutte le cittadinanze diffusamente dislocate, ecc.
Ciò comporta, tra l’altro, che ciascun Comune, Bari compresa, dovrà cedere parti della propria sovranità in funzione di una crescita generale dell’area ‘sistema’, pur sempre in un’ottica di solidarietà e sussidiarietà. 
La città metropolitana è una scelta di democrazia in grado di fornire le risposte più efficaci alle domande che emergono soprattutto, ma non solo, dalla vita associativa e partecipata del territorio.
È consigliabile, dunque, oltre che ‘realistico’, lavorare all’attivazione di una strutturazione amministrativa più snella, capace di apportare notevoli miglioramenti in termini di efficacia e di efficienza, delle politiche di governo del territorio contro sprechi, interferenze, inutili duplicazioni. Contemplando, peraltro, in previsione dell’abolizione della Provincia, la realizzazione di altre aggregazioni territoriali ‘quasi metropolitane’ più lontane da Bari.
Limitandoci, ora, a riflettere sulla Bari città metropolitana, va ribadito che i suoi assetti territoriali,  le funzioni amministrative e i poteri da attribuire all’autorità centrale e alle diverse municipalità, le caratteristiche delle delegazioni municipali, gli standards quantitativi e qualitativi dei servizi, ecc. vanno definiti e poi gestiti non in modo piramidale, ma a rete. A ‘sistema’, appunto.
Se pure in quest’ultimo periodo si è cominciato a parlare di municipalità, di fatto si sono perseguite ancora politiche monocentriche con la concessione di ‘contentini nuovi’ alle Circoscrizioni che, però, continuano ad essere tali nello loro quasi totale subalternità e limitatezza di competenze. Altro che vere e proprie municipalità!
In definitiva, pare più che opportuno osservare che l’azione di una città metropolitana esige che si ripensi in modo ‘sistemico’ al complesso di quei temi e di quei problemi di fronte ai quali occorrono, comunque, rilevanti interventi di politiche adeguate:
•    quello ambientale ed urbanistico che, basandosi sugli strumenti del riuso e della riqualificazione, torni a tutelare i diritti ambientali del territorio uscendo dai tradizionali confini cittadini e aprendo il confronto con quei Comuni che faranno parte dell’area metropolitana (ma di questo si dirà anche in seguito);
•    quello della mobilità che deve saper collegare le municipalità in un sistema a rete;
•    quello della formazione scolastica, dagli asili nido alle Università;
•    quello del welfare che deve saper valorizzare le nuove realtà territoriali in politiche di integrazione e di prevenzione, attraverso i principi della solidarietà e sussidiarietà;
•    quello della creazione, dell’offerta e della fruizione culturale;
•    quelloultimo ma non meno importantedel lavoro.

Ambiente
Appare evidente come il rispetto dell’ambiente assuma importanza crescente e caratterizzi le scelte in favore del progresso e dello sviluppo e della qualità della vita. Sicuramente gli interventi a tutela dell’ambiente comportano sviluppo economico con alti livelli di occupazione indotta.
L’obiettivo della corretta gestione ambientale è ridurre il più possibile l’impatto delle attività antropiche sull’ecosistema e, inoltre, porre rimedio alle situazioni che nel passato hanno prodotto danni, sia per carenza di conoscenze sia per scelte poco rispettose.
Le questioni ambientali non costituiscono una parte a se stante della vita cittadina ma riguardano la maggior parte della gestione della città e del suo welfare: è, quindi, necessario che la scelta del rispetto ambientale sia concretamente fatta propria dai vari settori amministrativi. Sono necessari interventi ma, anche, scelte e metodologie di azione amministrativa caratterizzate dalla consapevolezza della centralità delle questioni ambientali. Sicuramente la maggior parte dei problemi e delle conseguenti azioni coinvolgono necessariamente  non solo il territorio del Comune di Bari ma l’intero sistema metropolitano.
Per questo suggeriamo alcune proposte nei vari settori di interesse ambientale: proposte sintetiche e sicuramente non esaustive ma che intendono descrivere, mediante esempi operativi,  la filosofia e le linee guida degli interventi.

•    Rifiuti ed igiene urbana
La qualità dell’ambiente urbano è strettamente legata al mantenimento dell’igiene che deve comunque essere sempre prioritariamente assicurata.
La raccolta differenziata deve essere estesa a tutti i quartieri della città e dei comuni dell’area metropolitana, eventualmente, ove necessario, con la raccolta porta a porta. E’ importante estendere dappertutto la raccolta della frazione umida, a cominciare dai mercati rionali. E’ necessario avviare un piano educativo (soprattutto ma non solo nelle scuole) di lunga durata e di controllo effettivo, continuo e prolungato nel tempo;

•    Verde pubblico
Il verde pubblico deve essere favorito dando concretezza alla direttiva nazionale “legge-neonati”, entrata in vigore nel 2013, che prevede “l’impegno di piantare un nuovo albero per ogni bimbo nato in città, informando la famiglia sulla sua posizione e favorendo la co-partecipazione volontaria dei cittadini alle spese, concedendo, ad esempio, piccoli sconti sulle tasse ai volontari contributori”.
Deve assolutamente essere bloccata al più presto la scelta dell’impermeabilizzazione delle aree verdi, sciaguratamente realizzata in alcuni giardini, favorendo l’incremento della superficie non impermeabile, utile all’abbassamento della temperatura all’interno degli agglomerati urbani. Nelle scelte urbanistiche deve essere privilegiato l’incremento delle aree verdi e di giardini rionali specie nei quartieri fortemente carenti (S. Pasquale, Libertà, ecc.) e favorita la tutela dei giardini storici ( Piazza Umberto, ecc.). A tal proposito va rilanciata con forza anche l’attenzione verso le piazze che devono essere vissute dai cittadini di tutte le età in libertà, senza dover soggiacere a fenomeni di a-legalità diffusa.

•    Energia
La diffusione della cultura dell’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e, in generale, dell’uso razionale delle risorse energetiche deve essere la costante nelle nuove costruzioni e nelle ristrutturazioni degli edifici, obbligando l’utilizzo di tecnologie di risparmio energetico.
La scelta della microproduzione integrativa di energia da fonti rinnovabili deve essere fortemente favorita utilizzando le superfici di copertura degli edifici. A maggior ragione tale scelta deve essere attuata per tutti gli edifici pubblici. La pubblica illuminazione deve essere gestita con criteri ‘intelligenti’ atti a favorire il risparmio energetico.

•    Trasporti e qualità dell’aria
C’è una stretta correlazione tra qualità dell’aria e sistema dei trasporti: per questo deve continuare ad essere prioritaria la scelta di favorire e incrementare il trasporto pubblico, taxi compresi. Positive, da incrementare e perfezionare, sono le esperienze di parcheggi decentrati collegati con bus navetta e ‘bike-renting‘. Anche la rete delle piste ciclabili deve continuare ad estendersi, fino a coprire l’intera area urbana.  Deve essere avviato il servizio di ‘car sharing‘. Coerentemente deve essere chiaro e netto lo stop ai parcheggi (sotterranei e/o di superficie) all’interno delle aree centrali. In collaborazione con gli altri enti preposti, è di primaria importanza l’avvio di un piano per il monitoraggio della qualità dell’aria territorialmente dettagliato, al fine
sia di informare in tempo reale la cittadinanza sulla qualità dell’aria sia di elaborare previsioni a breve termine per l’adozione in caso di necessità di conseguenti provvedimenti eccezionali (chiusure momentanee di zone al traffico ecc.).

•    Gestione delle acque
In collaborazione con gli altri enti preposti deve essere avviato a soluzione il problema dei depuratori delle acque reflue con problemi (vedi Japigia) e delle relative immissioni a mare.
Deve essere avviato un piano di monitoraggio dettagliato delle acque marine costiere al fine di valorizzare.le aree costiere stesse.Stop alle opere che modificano, anche localmente, il flusso delle acque sotterranee (parcheggi sotterranei e colmata di Marisabella, dove è necessaria una nuova valutazione di impatto ambientale).
Le lame che interessano l’intera area metropolitana devono essere salvaguardate, valorizzate e garantite nel loro sbocco naturale a mare.

•    Bonifiche da inquinamento
Il passato ha segnato pesantemente il territorio. Devono essere proseguite con più decisione e tempestività le scelte di bonifica già avviate e, inoltre, deve essere programmata la bonifica di altre aree (STANIC ecc.). Bisogna realizzare procedure semplificate, sia pure in sicurezza, per lo smaltimento di piccole quantità di materiale contenente amianto o altri inquinanti provenienti da modesti interventi di ristrutturazione edilizia.

Urbanistica
Bari nei prossimi anni sarà interessata alla realizzazione del nuovo Piano Urbanistico Generale (P.U.G.) sotto la guida di Bruno Gabrielli, professore dell’Università di Genova.
Il nuovo Piano dovrà sostituire quello vecchio di Quaroni che aveva disegnato una città per circa 650.000 abitanti, non prevedendo il lento e costante abbandono della popolazione che via via preferiva trasferirsi in comuni limitrofi come Adelfia, Valenzano, Capurso, Modugno, Triggiano, Bitonto, Palo, ecc. 
Si dovrà quindi partire dalla considerazione che Bari è una città con una popolazione di circa 312.000 abitanti e da un territorio distrutto da una corsa perversa alla sua cementificazione.
Il redigendo P.U.G, ponendosi come strumento di partecipazione per la città che vogliamo, se da un lato deve necessariamente ridimensionare la portata edificatoria del Piano Quaroni con una considerevole diminuzione dei volumi edificatori, dall’altro non può prescindere dalla prioritaria visione di Bari Città metropolitana e dal contesto della sua area metropolitana. 
Tale impostazione dovrà impedire la distruzione di altro territorio superando, tra l’altro, il rischio di spostamento di volumi edificabili da una zona all’altra, attraverso il sistema della cosiddetta ‘compensazione urbanistica’. Partire pertanto dalla città esistente significa quindi dire di no a qualsiasi idea di credito urbanistico teso alla compensazione dei volumi spostandoli da una zona all’altra del territorio urbano.
L’ARCA più volte ha sottolineato l’importanza dell’urbanistica partecipata che sappia essere una modalità di redazione dei Piani Urbanistici attraverso una sinergia fra Istituzioni e realtà sociali, culturali ed economiche, movimenti, associazioni, singoli cittadini e cittadine.
La città non è fatta di soli edifici e piazze, ma è fatta di memoria, di segni, di linguaggi, di desideri, di sogni che sono a loro volta l’espressione dei suoi abitanti. Escludere gli abitanti dalla vita delle città vuol dire escluderne l’identità, la sua anima, cioè la vera forza su cui può compiersi uno sviluppo sostenibile.

•    Contratti di quartiere
Importante appare allora la piena valorizzazione e lo sviluppo dei ‘contratti di quartiere’ favorendo la partecipazione del pubblico e del privato attraverso forme di partenariato tese alla facilitazione della rigenerazione sociale, dell’effettiva integrazione, della valorizzazione delle risorse storiche ed ambientali, della lotta ai fenomeni di degrado sociale.
Il rilancio dell’immagine del territorio può attrarre investimenti compatibili con uno sviluppo sostenibile, con l’intensificazione delle relazioni commerciali, culturali, sociali e dei flussi di informazione che garantiscano le necessarie connessioni tra sviluppo locale e mercato globale.
Ciò significa superare la mera logica dell’offerta quantitativa, favorendo la scelta per una qualità della vita tesa a migliorare le condizioni di vita dei cittadini e delle cittadine, a sviluppare coesione sociale, spirito di cittadinanza e appartenenza alla città, invertendo l’attuale tendenza alla ‘compartimentalizzazione’ se non proprio alla ‘ghettizzazione’. L’ARCA richiede coraggio urbanistico nel processo di rigenerazione urbana anche mediante la creazione di spazi, piazze, zone a verde per l’aggregazione sociale in tutti quei quartieri che come il Libertà, Carrassi, Japigia, ecc. ne sono carenti.
La questione ambientale è ormai una delle questioni civili e culturali, economiche e politiche più ragguardevoli del nostro tempo, non è una questione marginale destinata ad essere relegata nei confini ristretti di una determinata cultura, verde o gialla che sia. Sappiamo ormai che essa attraversa – tutta intera – la dimensione della vita delle persone e della società, per questo ha un carattere interdisciplinare.
Solo raramente però la questione ambientale è stata intesa nel suo essere sistema, nel suo legame con i processi produttivi e sociali del territorio. Il più delle volte sono stati focalizzati aspetti singoli, per cui si è giunti a soluzioni che in breve tempo si sono dimostrate poco soddisfacenti o addirittura errate.

•    La qualità della vita
Dal diritto alla qualità della vita nasce il modello dell’urbanistica partecipativa, a cui si è anche richiamato più volte il nostro programma politico di centro-sinistra nato dalla ‘vecchia’ Convenzione cittadina. E’ accaduto spesso che piani regolatori e piani di attuazione, sia pure elaborati da nomi importanti dell’urbanistica, siano rimasti pure produzioni intellettuali per lo più inattuate o che, se attuate, abbiano prodotto disarmonie sociali profonde, tanto da ghettizzare tante periferie cittadine. San Pio – tanto per citare un caso emblematico – è stato un quartiere ben progettato sulla carta, ma trasformato in breve tempo in un ghetto, tanto da richiedere il massiccio intervento dell’amministrazione di centro-sinistra per attenuare i danni procurati dall’abbandono da parte delle amministrazioni di centro-destra.
Siamo convinti che Bari debba ritrovare in modo stabile l’impegno coordinato ed equilibrato di tutto il centro-sinistra per un benessere cittadino diffuso senza più sacche di povertà. Dobbiamo tendere a ri-costruire la città dei cittadini e delle cittadine, la città dei bambini e delle bambine, la città degli anziani: un luogo urbano dove ogni soggetto possa e debba esserne co-protagonista attivo dello sviluppo rendendolo attraente anche per altri. L’Urbanistica è chiamata a questa prioritaria vocazione.

•    L’housing sociale
Non più quindi un’urbanistica indirizzata solo verso interessi di parte nella concezione di un modello di sviluppo urbano monodipendente: noi abbiamo il dovere politico di dare sicurezza ai nostri imprenditori, a tutti gli imprenditori della città di ogni ramo; abbiamo il dovere di indicare l’idea di città che intendiamo realizzare grazie anche al progetto pilota del nuovo modello di governance e pianificazione strategica metropolitana, evitando tutti gli scempi passati e più recenti che hanno finito per distruggere gradatamente numerose testimonianze storiche della città.
Il nuovo P.U.G. deve partire da questa visione metropolitana, attraverso scelte coraggiose che puntino a) sul riuso e sulla riqualificazione non solo di singoli immobili ma anche di interi quartieri che devono vedere rivitalizzata la loro storia; b) sulla valorizzazione delle aree a verde e sullo stop a progetti di pura speculazione edilizia; c) sulla realizzazione dell’housing sociale intervenendo sul già costruito.

L’housing sociale rappresenta uno strumento urbanistico nuovo nel rinnovamento del territorio urbano già costruito, attraverso soluzioni abitative di qualità per nuclei familiari i cui bisogni non possono essere soddisfatti a condizioni di mercato e per i quali esistono regole d’assegnazione.

•    No alla Cittadella della Giustizia
Dalla valorizzazione del già costruito, netto è il giudizio negativo sulla Cittadella della Giustizia proposta dall’impresa Pizzarotti da realizzare su area a verde. L’ARCA, infatti, insieme con altre associazioni ha sottoscritto il progetto “dell’Arcipelago della Giustizia” all’interno del quartiere Libertà e che si sviluppa intorno al vecchio Tribunale.
In questa visione siamo aperti al confronto con le forze politiche ed associative del centro-sinistra, convinti che questa è anche la strada maestra per produrre sviluppo e occasioni lavorative molteplici.

Il Welfare
Il criterio di orientamento generale è che in definitiva una politica di welfare deve cominciare a considerare tutti gli abitanti, senza esclusioni, quali risorse attive della comunità. Con ciò si ribadisce che parlare di welfare significa parlare di benessere sociale e di ‘buona’ qualità della vita e non semplicemente di “assistenza sociale”. Si tratta di attivare qualcosa di nuovo che posizioni il suo baricentro sulla persona come soggetto di diritti e doveri ovvero come cittadino inserito pienamente nelle dinamiche di sviluppo, attraverso una rete di relazioni sociali che spingano verso la partecipazione e l’assunzione di responsabilità.
Il Welfare nuovo deve saper garantire fino in fondo il rapporto sinergico fra solidarietà e sussidiarietà dove la politica amministrativa nell’insieme dei servizi deve saper promuovere uguaglianza e pari opportunità. Per questo l’attenzione verso le fasce più deboli della cittadinanza deve necessariamente ripartire dalla semplificazione delle procedure amministrative che attraverso regolamenti snelli ed efficaci siano in grado di investire nell’innovazione per fornire risposte immediate ed esaustive, che devono conseguentemente essere verificate e valutate in modo tale da renderle veramente efficienti ed efficaci. In tale ottica occorre fare i maggiori sforzi investendo nella realizzazione di “Bari città digitale dove basta un clic”. 
Il Welfare deve riuscire, in una stagione di crisi, a posizionarsi in modo tale da garantire, nello stesso tempo, la qualità degli interventi con il controllo e il contenimento della spesa pubblica, tutelando peraltro la professionalità delle organizzazioni e degli operatori  sociali. Per questo occorre una visione lungimirante del welfare che ponga al centro l’importanza di quelle politiche di prevenzione che nel medio periodo possono essere in grado di incidere positivamente sulla stessa situazione finanziaria, in quanto tendono a contenere le spese di interventi, molto spesso ‘congiunturali,  su problemi  già abbondantemente ‘scoppiati’.
In tale ottica una politica di welfare deve coinvolgere tutte le dimensioni amministrative, da quella urbanistica a quella scolastica e culturale, da quella sportiva a quella prettamente sociale. È un insieme di politiche che basandosi sulla sussidiarietà devono saper offrire servizi di qualità diretti a tutta la cittadinanza, sviluppando una rete tale da garantire sicurezza sociale e uguaglianza di genere con un sistema contributivo basato sul principio che chi più ha è giusto che paghi di più, in proporzione al proprio reddito, tutelando così le fasce più deboli.

La Scuola pubblica
Anche al fine di educare alla responsabilità e alla partecipazione serve una buona scuola pubblica. Occorrono servizi all’infanzia che raggiungano – soprattutto in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo – un numero sempre maggiore di bambini e bambine, dagli asili nido comunali alle scuole pubbliche statali per l’infanzia dai tre ai sei anni, con tariffe proporzionate ed adeguate nella scelta dei criteri ai redditi delle famiglie disagiate. Una scuola con il “tempo pieno” per tutti.
Per questo le scuole del primo ciclo (soprattutto istituti comprensivi e circoli didattici) devono avere un numero di alunni che non superino i 900/1000. Vanno quindi ridisegnate, in vista del dimensionamento per il 2014/2015, quelle istituzioni scolastiche autonome che superano, a volte anche abbondantemente, questi parametri (almeno dieci scuole), anche alla luce del superamento del vincolo dei 600 alunni per l’assegnazione dell’autonomia dirigenziale e amministrativa contenuta nel D.L. Istruzione dello scorso 9 settembre. Ne beneficerebbero la funzionalità e l’efficacia organizzativa e didattica.
Nell’ambito dell’offerta formativa e d’istruzione prevista dal piano regionale, d’intesa con la Provincia, fino a quando ci sarà e conserverà un ruolo in proposito, occorre ridisegnare la presenza dell’istruzione secondaria di secondo grado sul territorio comunale e non solo, tenendo conto prioritariamente dell’avvio dell’area metropolitana e della costituzione dei “municipi”, evitando inutili se non addirittura dannose duplicazioni di indirizzi/specializzazioni e aiutando lo sviluppo di un’autonomia scolastica virtuosa che, prevenendo le frizioni tra istituti, si faccia strumento di promozione della comunità scolastica locale e non, principio che spinge alla concorrenza nella sottrazione di “utenti”.
La particolare attenzione alle peculiarità del territorio e alle sue necessità rispetto al “mercato del lavoro” va perseguita anche col maggiore protagonismo dell’ente locale nel sostegno a due assi importanti di istruzione, nei quali finora ha mantenuto un basso profilo:
1.    nell’educazione coreutico musicale (in provincia ci sono 3 licei musicali – e nessuno di questi ha sede a Bari! – e una sola scuola primaria utilizza istituzionalmente la pratica musicale nell’educazione dei bambini);
2.    nella formazione e nell’Istruzione Tecnica Superiore (l’ente locale deve avere un proprio alto profilo nelle fondazioni degli ITS già costituiti e in quelli che si costituiranno con le prossime programmazioni).
Per realizzare tutto ciò servono risorse, investimenti e formazione al fine di migliorare e/o garantire con continuità:
•    l’edilizia con  una manutenzione  costante  delle diverse strutture scolastiche, succursali comprese (dove sono ancora fermi i finanziamenti pari a 760.000 € previsti per la manutenzione di 8 scuole baresi, sulla base di progetti approvati dal Provveditorato alle Opere Pubbliche?!);
•    la sicurezza, attraverso la verifica periodica degli edifici spesso fatiscenti e ancora in parte  privi di tutte le norme di garanzia e sicurezza;
•    il trasporto degli alunni, che sempre e soprattutto in alcune realtà circoscrizionali, è indispensabile per garantire la frequenza scolastica, andando incontro alle esigenze non solo economiche, ma di tranquillità e sicurezza delle famiglie;
•    la mensa attraverso un tempo pieno veramente efficace;
•    la formazione del personale del settore per politiche d’istruzione di più ampio respiro e capaci di migliorare la governance dell’intero sistema;
•     avere edifici a norma, efficienti,  significa favorire l’apertura della scuola  e delle sue strutture (palestre, laboratori) nelle ore pomeridiane alla realtà territoriale, alle diverse
associazioni presenti nelle  circoscrizioni  e realizzare, quindi, un ulteriore servizio utile per la cittadinanza.
Tutto ciò non può che rendere meno difficile l’inserimento prima e l’effettiva integrazione poi, nella scuola pubblica locale degli alunni diversamente abili e dei ragazzi/e provenienti da famiglie di immigrati, ecc. Sembra paradossale, infatti, ma, a causa delle scelte di politica scolastica nazionale e non solo, purtroppo, la loro presenza nelle nostre scuole sta ritornando a essere, spesso e volentieri, problematica.

Cultura musicale: questioni di gestione metropolitana
Si avvicina l’ora fatale della città metropolitana definita nelle sue varie e svariate articolazioni. Non ultima, importantissima, quella della cultura e della cultura musicale  che ha assoluto bisogno di una rimodulazione. Non tutti sanno, infatti, che due leggi statali hanno nel tempo organizzato il settore: la legge 800 del lontano 1967, e poi la cosiddetta legge Veltroni del 1996. Per varie ragioni, entrambe hanno (in parte) fallito il loro compito, tanto complessa, articolata, diversa da regione a regione è la situazione degli enti di produzione musicale presenti sul territorio nazionale: enti di produzione, e non di distribuzione i quali, ultimi, non producono spettacoli musicali propri, ma si limitano ad importarli da altre associazioni presenti sul territorio nazionale ed extraregionale, e quindi con minore esborso di energie creative e di danaro pubblico.
Cosa accadrà nei teatri musicali e nelle associazioni musicali con l’arrivo della città metropolitana? Come si posizioneranno ad esempio la Fondazione Petruzzelli e l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, rispetto alla Camerata Musicale Barese? Le prime, com’è noto, sono istituzioni pubbliche, e cioè sottoposte al controllo oggettivo: il sindaco della città in cui opera una Fondazione Lirica-Sinfonica è, per legge, il presidente del Consiglio di amministrazione. 
Resta aperta la questione dell’Orchestra Provinciale (il cui presidente del c.d.A. è sempre un funzionario pubblico, l’assessore al ramo-cultura): che ne sarà di essa quando, alla fine, le provincie italiane saranno cancellate?
La riorganizzazione del settore quindi è cosa non di poco conto perché del tutto nuova e innovativa, e non basterà far finta di riorganizzare il tutto per poi… lasciare tutto com’è oggi.
Ad esempio, cosa accadrà alla gestione del massimo teatro Petruzzelli nell’ottica dell’area metropolitana e della città metropolitana? Scegliere titoli di opere musicali, scegliere iniziative programmate magari con le scuole e istituti scolastici superiori su cui insiste l’intera area, sarebbe un bel sogno, appunto, metropolitano, a misura cioè di una utenza vastissima ma anche assai variegata, tutta proiettata sulla formazione del pubblico dei giovani, del pubblico del domani. Questa è una scommessa con il futuro immediato. E’ tempo oramai che anche la musica di qualità suoni un altro spartito che non sia più quello del ‘campanile’. Anche se dal campanile di ogni cittadina metropolitana, suonano e suoneranno – eccome! – tante e diverse campane.

Il lavoro
Un’azione sistematica volta al governo della città e del suo territorio metropolitano deve assegnare uno spazio importante all’obiettivo di proteggere il lavoro dei cittadini e di crearne di nuovo. Anche a tal fine pare evidente come si renda indispensabile il potenziamento dell’Ufficio demografico del Comune che, tra l’altro e senza costi eccessivi, in accordo con la sede regionale dell’Istat ed eventualmente con altri enti di ricerca, promuova l’attivazione di un sistema di rilevazione permanente della realtà del mercato del lavoro urbano che permetta di coglierne adeguatamente tutti gli aspetti importanti (occupati, in cerca di lavoro e inattivi, per fasce di età, per genere, per settori e comparti lavorativi, per tipo di rapporto lavorativo, per titolo di studio, per stato civile, etc.).

•     • Possibili linee di azione politico-amministrativa

In generale, le possibili linee di azione politico-amministrativa che un’amministrazione comunale potrebbe intraprendere al fine di incentivare e di supportare l’accesso al lavoro, vanno raggruppate sotto tre aspetti riguardanti rispettivamente a) il versante della domanda di forza lavoro, b) quello dell’offerta riguardante specialmente i percorsi formativi e addestrativi, e c) quello delle condizioni di contesto che tendano a facilitare il raccordo tra domanda e offerta, la ricerca di soluzioni di natura spazio-temporale, etc. Occorre ribadire che questi ambiti operativi attengono ad ogni seria strategia di politiche del lavoro. E sono, naturalmente, fortemente interconnessi, nel senso che interferiscono tra loro intralciandosi reciprocamente con inevitabili ‘effetti di amplificazione’ delle difficoltà che, se non governati adeguatamente, continueranno a produrre delusioni e sconforto di fronte al diffondersi di fenomeni negativi di natura economica e sociale.
a) Questo della domanda di forza lavoro è certamente il terreno d’azione più rilevante. Va preliminarmente chiarito che quando si parla di domanda non ci si riferisce soltanto a quella espressa dalla pubblica amministrazione e dall’insieme degli apparati comunali, ma anche e soprattutto a quella del settore privato. Terreno complicato e di non lineare agibilità, dunque, se si considera che qui non si tratta di assumere come un dato invariabile, pur nei suoi andamenti oscillatori, soltanto la domanda già esistente, ma di agire certamente su di essa al fine di modificarla sia quantitativamente sia qualitativamente (innovazione di processi e di prodotti), e, soprattutto, di favorire la crescita di nuove iniziative imprenditoriali capaci di esprimere per proprie esigenze una domanda qualitativamente elevata. Una domanda, cioè, incentrata su filiere produttive innovative riguardanti, ad esempio, la riqualificazione del già costruito (pubblico e privato, il turismo e il marketing territoriale, l’energia e lo sviluppo eco-sostenibile, la tutela dell’ambiente e del territorio, l’espansione dell’offerta di opportunità di crescita culturale).
b) Sul versante dell’offerta, poi, è indispensabile sostenere in ogni modo l’attivazione e il monitoraggio di coerenti percorsi di formazione professionale e di addestramento, orientandoli alle specifiche richieste già date del mercato, e a quelle ritenute realisticamente potenziali. Su quanto altro si potrebbe cercare di fare per la preparazione della forza lavoro e per agevolarne il raccordo con la domanda non ci dilunghiamo perché se ne parlerà più diffusamente qui di seguito a proposito del lavoro femminile.
c) Sul versante delle pre-condizioni di contesto, infine, va chiarito che è chiaro come qui, ovviamente, si ponga il problema della scarsezza di risorse finanziarie. Guai, però, a farsi schiacciare completamente da questo problema e rimanere totalmente impotenti. Tanto impotenti da rinunciare, comunque, alla elaborazione di una adeguata strategia di possibili interventi, fermo restando che la loro attuazione va realisticamente graduata (dal minimo al massimo possibile) secondo precisi criteri di gerarchizzazione degli stessi. Anche su altre eventuali iniziative di azione sul contesto, si farà riferimento qui di seguito, ragionando di lavoro femminile.

•    Il lavoro femminile
Nel quadro generale relativo al rapporto tra amministrazione e lavoro, va vista, in modo particolare, l’esigenza di occuparsi del lavoro femminile, sia in un’ottica di eguaglianza dei diritti e delle opportunità, sia anche in termini di vantaggi economici e sociali. Basti pensare allo spreco di capitale umano, tante volte anche assai ricco di potenzialità, e al più elevato rischio di povertà corso dalle famiglie monoreddito. Investire sulla promozione dell’occupazione femminile rappresenta una scelta produttiva sia nel medio sia nel lungo termine. Il lavoro delle donne è in larga misura un lavoro radicato sul territorio, poiché spesso riguarda il settore dei servizi e in modo particolare dei servizi alla persona.
È un lavoro che genera nuovo lavoro, perché necessita di strutture adeguate nel welfare sia pubblico sia del terzo settore, rende più solido il bilancio familiare innescando circuiti virtuosi di spesa e di investimenti, per esempio in formazione delle nuove generazioni e in consumi culturali (entrambi fortemente a rischio quando il reddito familiare è basso o si contrae).
Intervenire a favore dell’occupazione femminile significa innanzitutto riconoscere che le donne hanno da sempre incontrato maggiori difficoltà di entrare nel mercato del lavoro e di rimanervi.

•    I tassi di occupazione
In questi anni di crisi, paradossalmente, si è prodotto un interessante andamento incrociato, ai vari livelli, nazionale e territoriali: mentre i tassi di occupazione maschile facevano registrare significative flessioni, quelli femminili registravano incrementi perfino più elevati. A livello provinciale barese, per esempio, il tasso di occupazione maschile (15-64 anni) ha subito tra il 2008 e il 2012 la flessione di quattro punti percentuali (dal 66,7 al 62,7%), quello femminile, invece, ha fatto registrare un incremento di più di un punto percentuale (dal 33 al 34,2%). Si tratta di alcune migliaia di occupate in più tra le donne, soprattutto tra quelle di età compresa tra i 35 e i 54 anni, visto che le più giovani fanno registrare saldi addirittura inversi. E soprattutto si sono ridotti i tassi di inattività. Ma mentre per gli uomini restano sostanzialmente invariati, per le donne fanno registrare un calo di ben quattro punti percentuale. Questo significa che in quattro anni circa 9.000 donne sono uscite dal mondo delle inattive e si sono proiettate sul mercato del lavoro. Tutto ciò, naturalmente, ha modificato
soltanto di pochissimo la situazione, lasciando le donne sempre molto indietro rispetto ai livelli occupazionali e di attività maschili.
Riflettendo su questi dati è ragionevole ipotizzare che proprio quando gli effetti della crisi hanno cominciato a farsi più incisivi, colpendo soprattutto l’occupazione maschile, le donne, specialmente quelle collocate all’interno di nuclei familiari, hanno cominciato a “buttarsi” sul mercato del lavoro. Certo alcuni di quei “nuovi ingressi” potrebbero essere il risultato di procedimenti di regolarizzazione, ma è probabile che siano state molte le donne a scegliere, volenti o nolenti, di uscire di casa, a volte per integrare lo stipendio maschile, a volte diventando vere e proprie
‘procuratrici di pane’. Peraltro, questi dati testimoniano naturalmente solo gli ingressi ‘regolari’, mentre, proseguendo la linea di riflessioni prima avviata, è altrettanto ragionevole ipotizzare che forse ancora più numerose siano state le donne che si sono rivolte al mercato del lavoro sommerso, di più immediato e facile accesso anche per quelle che non possiedono elevati titoli di studio.
Certo piuttosto che limitarsi a guardare ai comportamenti derivanti dall’emergenza di drammatici fattori di spinta come quello delle difficoltà economiche delle famiglie, è necessario provare a costruire e a ‘istituzionalizzare’ percorsi che facilitino l’accesso e la permanenza delle donne al lavoro. A partire, certo, anche da tutto ciò che segnalano e suggeriscono quei comportamenti.
Sicuramente una maggior presenza di donne che lavorano rende più estesa e più visibile nel territorio una serie di carenze, soprattutto in termini di servizi e di infrastrutture. Altrettanto certo è che il welfare pubblico non può continuare a considerare le donne come partner insostituibili quanto silenziosi, obbligandole al solo ruolo di agenti di cura dei propri familiari. La promozione del lavoro femminile può essere perseguita solo intervenendo in modo integrato sui diversi fattori che decidono, a volte anche pesantemente, circa la presenza o assenza delle donne nel mercato, anzi nei mercati del lavoro. Occorre cioè intervenire su piani molteplici e soprattutto occorre farlo in un’ottica di sistema, vista la profonda interconnessione delle dimensioni il cui elenco naturalmente non può essere qui
esaustivo, ma serve a evidenziare quanto la problematica del lavoro femminile sia complessa e profondamente legata alla qualità di un territorio.
•    Le possibili linee di azione politico-amministrativa per l’accesso delle donne al lavoro
Le possibili linee di azione politico-amministrativa che un’amministrazione comunale potrebbe intraprendere al fine di incentivare e di supportare l’accesso delle donne al lavoro, vanno pensate, ovviamente,  sul triplice versante della domanda, dell’offerta e delle condizioni di contesto (welfare innanzitutto) che tendano a facilitare il raccordo tra domanda e offerta, la ricerca di soluzioni di natura spazio-temporale, i percorsi formativi e addestrativi, etc.
Sul versante della domanda si è già detto parlando in generale. Si può aggiungere, ad esempio, che è importante incentivare la presenza di cooperative che garantiscano servizi di pre e post-scuola fino alla scuola primaria. Altrettanto indispensabile è favorire lo sviluppo di strutture per le non autosufficienze, e, tra queste, centri diurni per la terza età. E sono da incentivare, anche attraverso adeguati accordi e convenzioni, le opportunità di telelavoro, di flessibilità oraria in ingresso e in uscita. Favorire la creazione di attività micro-imprenditoriali anche sotto l’aspetto finanziario. È chiaro che anche qui, ovviamente, si pone il problema delle risorse finanziarie, ma in analogia con quanto fatto ad esempio dal Comune di Milano per gli under 35, è possibile prevedere stanziamenti a favore delle imprese femminili, e in modo particolare: erogazione di servizi ad aspiranti imprenditrici e contributi ad imprese di nuova costituzione, concessione di contributi a copertura degli interessi sui finanziamenti bancari concessi per creazione di nuova impresa e/o investimenti di imprese esistenti, concessione di contributi a fondo perduto per diffusione e creazione di tecnologie digitali.
Dal lato della preparazione dell’offerta di lavoro, non sembri completamente irrealistico l’obiettivo di incentivare, in accordo con le università del territorio, la scelta da parte femminile di percorsi formativi maggiormente orientati verso la dimensione scientifica e ‘tecnologica’. Si pensi ad esempio all’iniziativa assunta dalla Regione Toscana che ha attivato ‘buoni-studio’ di 1.100 € per le ragazze che avessero scelto di iscriversi a facoltà ingegneristiche e scientifiche. Si potrebbe, ancora, favorire, quanto meno d’accordo con la Regione, la formulazione e la realizzazione di piani di formazione in una prospettiva di micro-imprenditorialità. Numerosi i comuni che hanno già previsto iniziative simili: Milano, Napoli, Livorno, Vicenza,…
Sul versante delle politiche di contesto, inoltre, agendo in accordo con l’assessorato regionale al Welfare, è fondamentale incentivare la presenza diffusa di asili nido e/o di strutture ludiche con funzioni di nido, utilizzando anche convenzioni con il privato sociale. C’è, quindi, da rivedere il Piano dei tempi della città: orari delle strutture scolastiche, orari degli uffici pubblici aperti al pubblico, orari degli esercizi commerciali. Va incentivata la costituzione di nuove banche del tempo. Migliorare la rete dei trasporti urbani, poi, è un’esigenza prioritaria. Agevolare e velocizzare le pratiche burocratiche necessarie per l’avvio di attività commerciali o imprenditoriali, informatizzandole e creando alcuni centri internet (assistiti) presso le diverse circoscrizioni.
È quindi evidente quanto parlare di occupazione e in modo particolare di occupazione femminile, porti necessariamente lontano. Il tema del lavoro coinvolge ambiti solo in apparenza distanti (come ad esempio la mobilità urbana, l’informatizzazione dei servizi, il piano dei tempi della città, recupero e valorizzazione del patrimonio architettonico o l’edilizia scolastica) e richiede imprescindibilmente la sinergia tra enti, istituzioni e organizzazioni pubbliche e private. Il Comune deve però caricarsi del ruolo di promotore e di coordinatore di questi interventi e di queste reti.
Appare evidente, in conclusione, la centralità in questo documento del concetto di ‘cultura civica’. Cultura è quella che produce appartenenza al territorio, quella che, attraversando in tutte le sue dimensioni di vita la realtà cittadina e metropolitana, è indirizzata alla partecipazione di cittadini e cittadine in modo da farne gradualmente i protagonisti dello sviluppo culturale, sociale, economico e politico.

L’ARCA rilancia quindi ancora una volta l’appello a non cercare forme di protagonismo solitario, ma a ricercare quella condivisione su idee, proposte e programmi tesi a rinsaldare tutto il centro-sinistra nel suo interno e nel suo collegamento con il mondo della cittadinanza attiva, del volontariato e dell’associazionismo, mondo della cui crescita il futuro sindaco deve farsi promotore e garante. Il contributo dell’ARCA con questo documento va in questa direzione.

Bari, 25 ottobre 2013

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