Il caso delle donne albanesi in Puglia

Una introduzione sulla femminilizzazione dei processi migratori di Ketty Nardulli


Dopo lunghi anni “gender blind” della letteratura sul tema delle immigrazioni, si può dire che già a partire dalla fine degli anni ‘90 un’interessante inversione di tendenza rispetto a ciò si sia registrata. Tant’è che oggi il tema della «femminilizzazione» dei flussi migratori risulta essere tra gli aspetti maggiormente affrontati nel dibattito accademico sul tema degli spostamenti umani nella cosiddetta «age of migration» (1).

Una spiegazione immediata a questo accresciuto interesse da parte degli studiosi è riconducibile alla quantificazione della composizione dei flussi rispetto al genere, che riporta una presenza di donne pari più del 52% della popolazione straniera residente in Italia. Scendendo, poi, nel dettaglio dei dati sulla composizione per genere rispetto al gruppo etnico di appartenenza, si registra che le donne sono il 79% tra gli ucraini, il 73,3% tra i polacchi, il 66,1% tra i moldavi, il 57% del totale tra i cittadini romeni. In taluni casi, esse risultano essere anche predominanti rispetto agli uomini raggiungendo il 90% tra i provenienti dalla Thailandia, l’85,2% dall’Estonia, l’83,4% dalla Repubblica Ceca, l’81,7% dalla Federazione Russa (dati ISTAT 2016).

Ne consegue che tali evidenze numeriche hanno agito da fattore di spinta nell’attirare l’attenzione degli/lle studiosi/e nell’occuparsi del tema della presenza femminile nelle migrazioni, sviluppando anche eventuali ipotesi di ragionamento per spiegarne il fenomeno. A tal riguardo, si riscontra che una buona parte delle letture elaborate centra l’esplorazione delle scelte dei percorsi prediletti dalle donne, dei vari tipi di migrazione al femminile, delle implicazioni sociali, economiche e psicologiche del migrare essendo donna, e molti studi pongono particolare attenzione alle relazioni – anche di classe – che si instaurano tra donne italiane e donne immigrate, e a quelle che quest’ultime mantengono con il paese d’origine (2). In tale scenario, aspetto emerso è quello delle discriminazioni di cui le donne migranti sono vittime ancor più degli uomini, e molte delle analisi ad oggi sviluppate mettono in luce il «doppio svantaggio» di cui esse sono oggetto: in quanto straniere e in quanto donne, per lo più relegate a svolgere lavori considerati tipicamente femminili e in settori professionali, come quello domestico, che le porta a vivere in forte isolamento, confinate all’interno delle abitazioni dei loro datori di lavoro e scarsamente informate sui propri diritti (3).

fermare a questa prima rassegna degli sviluppi intercorsi nella letteratura sulle migrazioni, si potrebbe dunque affermare che un buon risultato si è ottenuto. E sicuramente così è. Tuttavia, sarebbe più corretto parlare di un passo in avanti importante da una fase appunto «gender blind» ad una in cui il riconoscimento della presenza è rilevato, ma è evidente che non si può dire che un vero cambiamento ci sia stato. Con ciò si intende dire che, seppure detta crescente attrazione da parte della letteratura al tema della femminilizzazione migratoria possa essere considerata significativa nell’aver gettato luce su un volto dell’immigrazione, in cui si è agita la tendenza nelle interpretazioni tradizionali e nell’immaginario collettivo a leggere il migrante come uomo, giovane e breadwinner per il proprio nucleo familiare e la comunità di riferimento – insomma, possiamo dire che in realtà anche tale approccio presenta delle criticità.

In particolare, essa appare lacunosa rispetto all’analisi di esperienze di specifiche comunità etniche e, a titolo di esempio, si opti il caso delle migranti dall’Albania, indagato dalla scrivente già da lungo tempo. E l’aspetto che ha più sollecitato la mia attenzione è stata l’evidente incongruenza tra quanto rilevato dai numeri (il 48% dei 502.546 albanesi residenti in Italia sono donne – secondo l’elaborazione di Italia Lavoro su dati Istat e Ministero dell’Interno al 1° gennaio 2016) e la pochissima attenzione prestata invece a tale realtà dagli studi e analisi sino ad oggi condotte. Laddove poi si fa riferimento a tale presenza, la tendenza è a fornire un’interpretazione legata al ruolo che le albanesi ricoprirebbero nel paese di arrivo – ovvero di donna-moglie-madre, poiché migrante al seguito di un congiunto maschio-marito-padre. Sicuramente, si tratta di interpretazioni fondate, anche in questo caso, sui numeri: i “motivi della presenza” albanese, dedotti dalle richieste di permesso di soggiorno, riportano che mentre per gli uomini prevarrebbe il lavoro, per le donne sarebbe il ricongiungimento familiare. Considerando, poi, i numeri sull’inserimento lavorativo, emergerebbe che le donne albanesi riportano un tasso di inattività che sopravanza quello maschile del 33,5% (Annuario delle Statistiche dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno, 2016). Pertanto, volendosi attenere esclusivamente alla lettura dei numeri la risposta alla suddetta disattenzione da parte della letteratura sarebbe spiegata. Tuttavia, essa risulta non sufficiente e soprattutto non rispondente al vero. L’esplorazione della realtà svela, infatti, aspetti non immediatamente visibili dalla lettura dei numeri e getta luce su coni d’ombra molto interessanti per lo sviluppo di nuove e diverse conoscenze sul tema, che portano a concludere quanto la realtà sociale sia oggettiva, ma in certa misura modificabile dal soggetto che l’interpreta e la definisce secondo i propri schemi.  Per questo si ritiene che, anche se passi in avanti importanti sono senza ombra di dubbio stati compiuti dalla letteratura così come dal dibattito accademico rispetto al tema della composizione di genere nelle migrazioni, molto ci sia ancora molto da fare e soprattutto molta è la strada da percorrere nella decostruzione degli stereotipi di genere a partire dai soggetti, ricercatori e studiosi, che le interpretano. La conclusione e al contempo l’input che si vorrebbe dare col presente elaborato è di invitare coloro che approcciano l’analisi delle migrazioni alla a-valutazione rispetto al genere. Solo così la realtà, quella vera, potrà essere portata in luce e fatta conoscere nei suoi mille volti e colori. Questo potrebbe essere un primo passo verso l’educazione civile volta all’integrazione multiculturale reale, che già dai primi passi alla socializzazione dell’individuo si auspica possa avvenire nel prossimo futuro in contrasto alla forte ondata xenofoba e razzista che sta invadendo anche le comunità sino ad oggi più notoriamente accoglienti.

 

(1) Castles S., Miller M., 1998, The age of migration: International population movements in the modern world, Palgrave-Macmillan, Basingstoke.
(2) Andall J., 2003, Gender and Ethnicity in Contemporary Europe, BERG, Oxford-New York; Anthias F., Yuval Davis N., 1983, Contextualizing feminism : ethnic gender class division, in “Feminist Review”, n.15, pp. 62-75; Corigliano E., Greco L., 2006, Tra donne: vecchi legami e nuovi spazi, FrancoAngeli – Milano; Decimo F., 2005, Quando emigrano le donne, Il Mulino – BO; Favaro G., Tognetti Bordogna M.,  1991, Donne dal Mondo. Strategie migratorie al femminile, Guerini A. – Milano; Phizacklea A., 1983, One way Ticket. Migration and Female labour, London, Routledge; Phizacklea A., 2003, Gendered actors in migration, in Andall J., Gender and Ethnicity in Contemporary Europe, BERG, Oxford-New York. (3) Ambrosini M., Erminino D., Lagomarsino F., 2006, L’immigrazione al femminile: tra discriminazione e  protagonismo, in Donne immigrate e mercato del lavoro in provincia di Genova, Frilli Editore – Genova; Campani G., 2002, Genere, etnia e classe, Edizioni ETS – Pisa; Ehrenreich B. e Hochschild A.R., 2004, Donne Globali, Feltrinelli – Milano.

 

« Torna indietro