Bisogni sociali e welfare territoriale nella città di Bari

Incontro con Letizia Carrera, Sociologia urbana Università di autrice della ricerca finanziata e pubblicata dalla Camera del lavoro della CGIL di Bari.

Martedì 6 febbraio 2018 ore 18.30 – Officina degli Esordi

Obiettivo finale di questo lavoro di ricerca sul campo centrato non sui singoli soggetti, ma sull’intero nucleo familiare nelle sue più diverse forme strutturali (circa un migliaio di famiglie estremamente diversificate – 1008 questionari considerati validi – un campione statisticamente non realmente rappresentativo, dato che il sindacato non possiede le risorse economiche di un Comune), è stato quello di riuscire a “cogliere le esigenze reali e quotidiane dei cittadini, per tradurle in proposte concrete da presentare alle istituzioni, che possano poi dare risposte in termini di collettività e costruire un Welfare che coniughi quantità e qualità e sia legato effettivamente ai bisogni dei cittadini” di un territorio vasto e complesso, eterogeneo e differenziato come quello di Bari, dove ogni municipio presenta delle specificità e spesso delle diversità anche all’interno dello stesso municipio.

La ricerca, di carattere esplorativo, privilegia la scelta di partire “dal basso”, indagando la percezione (soggettiva, quindi) che i cittadini residenti nei cinque municipi (fondamentali unità politico-amministrative) hanno del livello di accessibilità e della qualità dei servizi presenti nei diversi territori e di quali tra quei servizi considerano prioritari: questo approccio ha consentito di far emergere i “vissuti” dei soggetti che fruiscono dei servizi, insieme alla loro conoscenza ed esperienza quotidiana, come punto di partenza per misurare la qualità della vita nei diversi territori ed elaborare strategie di intervento puntuali ed efficaci, per offrire risposte adeguate senza disperdere risorse; la scelta dei municipi ha infatti lo scopo di fornire ai presidenti il polso dei bisogni dei cittadini in essi residenti.
La crisi degli ultimi anni ha avuto un impatto devastante non solo sulle fasce tradizionalmente deboli, ma anche su altri strati della popolazione, generando la fascia dei “nuovi poveri”, in cui sono compresi anche gli immigrati, ma anche soggetti appartenenti alla classe media scivolati verso la soglia di povertà. La ricerca attuale però non si riferisce alle famiglie straniere, a cui s’intende dedicare successivamente uno spazio a sé stante.

Il piano dell’indagine riguarda i seguenti punti:
a) il livello di conoscenza della Carta dei servizi del Comune;
b) quali sono i servizi ai quali le famiglie fanno più spesso riferimento;
c) qual è la valutazione espressa rispetto alla loro qualità;
d) quali servizi ritengono prioritari;
e) quali sono le aspettative rispetto ad un cambiamento della qualità del sistema del welfare complessivo in un arco temporale di medio periodo.

Quattro i parametri richiesti agli intervistati per la valutazione dei singoli servizi fruiti:
qualità, costo, costo del trasporto necessario per raggiungerli, vicinanza alla propria abitazione.
Il questionario è stato arricchito da alcune domande aperte.

Carta dei servizi, strumento essenziale nella vita dei cittadini: solo in pochi la conoscono e il dato evidenzia un difetto di comunicazione da parte del Comune, per cui sarebbe necessario attivare uno strumento efficace per diffonderla capillarmente; inoltre la valutazione media complessiva dei servizi di welfare (sostegno alla fragilità socio-economica, emergenza abitativa, forme di sostegno al reddito, assistenza domiciliare semplice e integrata, servizi per le dipendenze e le diverse forme di disagio) raggiunge a stento la sufficienza. Emerge la necessità di migliorare il servizio di trasporto per persone con disabilità, gli orari dei centri diurni per gli anziani, la bassa qualità degli interventi di manutenzione degli stabili e in generale la qualità dei servizi pubblici.

Le risposte segnalano non solo i servizi che sarebbero fondamentali sui territori e gli aspetti sui quali intervenire, ma definiscono una lista di priorità e altri che solo apparentemente appaiono secondari, come quelli di socialità, che invece incidono profondamente sulla qualità di vita dei cittadini.

Volendo tracciare quindi una mappa urbana dei bisogni, al primo posto spiccano in modo trasversale i servizi sanitari, ospedali e centri medici pubblici, mostrando con chiarezza che la salute è considerata un bene essenziale, verso cui le aspettative sono molto elevate rispetto alle strutture che devono tutelarla. Le risposte aperte fanno capire bene quanto i cittadini siano critici sulla qualità della sanità pubblica, considerata “alla deriva”, sempre più esposta al problema dei ritardi nelle prestazioni e afflitta da gravi carenze di personale, che spingono proprio i soggetti più fragili, poiché dotati di uno scarso capitale economico e sociale (privi cioè di canali amicali) a rivolgersi alle strutture private con costi spesso del tutto proibitivi, risultando doppiamente svantaggiate soprattutto se bisognose di prestazioni urgenti per patologie di particolare gravità.
Al contrario, le classi più alte annoverano tra le loro risorse anche legami amicali, che consentono loro di garantirsi corridoi privilegiati di accesso alle prestazioni sanitarie.

Le linee di debolezza quindi tendono purtroppo a sommarsi, più che autoelidersi: tra l’altro le persone lamentano, riferisce Letizia Carrera, non solo i costi e le lentezze, ma anche la carente qualità umana delle relazioni. E ancora, “un altro male che affligge la sanità pugliese, lo scrive Angelo Rossano sul Corriere del mezzogiorno (28 dic. 2017), è che non sa comunicare, mentre una comunicazione efficiente, onesta, trasparente e tempestiva, contribuirebbe a migliorare il rapporto con l’opinione pubblica e farebbe conoscere le eccellenze di cui abbondano i nostri ospedali”, limitando quello che viene romanticamente chiamato “turismo (sic!) sanitario” che ha costi elevatissimi per il sistema sanitario regionale e per le famiglie, costi non solo economici, ma anche affettivi e ambientali. Parliamo infatti di persone costrette non solo a spendere risorse private, ma a trovarsi, proprio nel momento di maggiore difficoltà, a vivere lontane dagli affetti e dai propri riferimenti.

Un altro aspetto importante segnala la presenza non omogenea delle strutture pubbliche nei diversi quartieri della città, vissuta come una vera e propria negazione del proprio diritto alla salute: ci sono quartieri che più di altri vivono la loro perifericità come un problema (ad esempio, sono pesanti i rilievi, nelle risposte aperte, sulla gravità dell’assenza di un presidio di guardia medica su alcuni territori).

Tra le priorità emergono con chiarezza:

  1. i consultori, considerati luoghi fondamentali di riferimento dei territori non solo dal punto di vista medico ma anche culturale;
  2. le forme di sostegno al reddito, in un periodo in cui le risorse del welfare si contraggono e si pensa solo alle fasce di povertà estrema, dimenticando quella ampia fascia media borderline o che sta già scivolando verso il basso;
  3. gli asili nido e le strutture per la prima infanzia, istituzioni molto importanti e assolutamente democratiche, occasione unica per i bambini di realizzare esperienze di socialità, affidati per alcune ore del giorno a educatori e quindi a professionisti della cura. Purtroppo, la domanda di asili nido manca proprio da parte delle famiglie con un capitale culturale più basso: preferiscono infatti tenere in famiglia i bambini, che sapranno raccontare meglio “Elisa di Rivombrosa” (una fiction televisiva) piuttosto che le fiabe classiche! Per questo il pubblico ha il dovere di “costruire la domanda” tesa a ridurre le disuguaglianze in partenza, invece che intervenire poi quando il problema si amplia.

Un discorso che si lega a questo è quello dei Centri diurni di aggregazione anche sportivi sia per i ragazzi che per gli anziani: le famiglie vogliono essere supportate in una socialità extradomestica, non sollevate dal peso della cura. I municipi che includono i quartieri più deprivati dal punto di vista socio-economico evidenziano un forte desiderio di luoghi di socialità, sollecitando per esempio la “messa in sicurezza” degli spazi pubblici della città, sia la predisposizione di altri luoghi deputati a questa funzione.

A Milano, Torino, Reggio Emilia e in altre città sono sorte le “Case di quartiere”, che si sono rivelate di grande impatto sociale e culturale per tutte le età, dotate di sportelli di consulenza, di attività svolte da associazioni o da operatori volontari, luoghi di incontro e di socialità dove costruire relazioni significative: sono un punto di riferimento per il territorio e costruiscono risposte a bisogni emergenti in un’ottica di welfare leggero.
A Bari non mancano certo gli spazi chiusi da attrezzare per costruire anche nella nostra città una rete di “Case di quartiere”!

 

Occorre in conclusione tornare a discutere di un modello sociale considerato carente per una democrazia territoriale che ridisegni le mappe urbane dei servizi, costruendo un sistema di offerta che compensi le differenze economiche, un modello che dia risposta ai diritti sociali, a quelli della casa e del lavoro, alla salute e alla socialità, sintetizzabili in un più ampio diritto ad un livello elevato di qualità della vita nella propria città, senza distinzioni di età, di reddito e di luogo di residenza.

 

Resoconto a cura di Maria Cristina Rinaldi,
attingendo le informazioni dalla pubblicazione della CGIL di Bari:
Bisogni sociali e welfare territoriale nella città di Bari.
maricri.rnld@gmail.com

 

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